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Seconda lettera a Timoteo (2 Tm)

La Seconda a Timoteo è, delle tre pastorali, quella dalla tonalità più personale e testamentaria. Redatta come lettera d’addio (2 Tm 4,6-8: «io sto per essere versato in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele»), contiene il versetto maggiore sull’ispirazione delle Scritture (2 Tm 3,16: «tutta la Scrittura è ispirata da Dio»), pilastro di tutte le teologie protestanti della Bibbia.

Presentazione

Autore
«Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio» (2 Tm 1,1). Autenticità paolina discussa come per 1 Tm e Tt, ma 2 Tm è spesso considerata la più suscettibile di autenticità tra le tre pastorali (tono personale e dettagli biografici precisi).
Data di redazione
Se autentica: verso il 65-67 d.C., dalla seconda prigionia romana, poco prima del martirio di Paolo (sotto Nerone, verso il 64-68). Se deuteropaolina: verso l’80-110.
Destinatari
Timoteo, a Efeso (1 Tm 1,3; 2 Tm 4,12). Al di là: le Chiese sotto la responsabilità di Timoteo e la posterità paolina.
Luogo di redazione
Se autentica: Roma, in prigione (2 Tm 1,16-17; 4,6-8.16-18). Condizioni presentate come severe: abbandono della maggior parte dei collaboratori (4,9-16), attesa del martirio.
Occasione / contesto
Testamento spirituale di Paolo a Timoteo. Tre obiettivi: (1) esortare Timoteo alla perseveranza nella persecuzione e alla fedeltà dottrinale; (2) chiedere a Timoteo di raggiungerlo a Roma (4,9.21); (3) mettere in guardia contro i falsi maestri (Imeneo e Fileto, 2,17) e l’apostasia a venire.
Lingua originale
Greco della koinè. Stile più personale ed emotivo di 1 Tm e Tt — differenza relativizzata tanto dai difensori quanto dai contestatori dell’autenticità. Vocabolario pastorale comune alle tre lettere.
Posto nel canone
Ricevuta universalmente fin dal II secolo (Policarpo, Ireneo, canone di Muratori, Tertulliano). Assente dal canone di Marcione (che respingeva probabilmente le pastorali). Nessuna contestazione canonica maggiore.

Autenticità e critica dell’attribuzione

L’autenticità di 2 Timoteo fa parte del dibattito globale sulle lettere pastorali (cfr. la notizia dettagliata su 1 Tm). 2 Tm è generalmente considerata la più suscettibile di autenticità tra le tre pastorali per diverse ragioni:

Argomenti specifici a favore di 2 Tm autentica:

(1) Tono personale: 2 Tm 4,6-22 contiene passi emotivamente intensi («ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa», abbandono da parte di Dema, richiesta del mantello e delle pergamene). Questo tono testamentario è difficile da imitare con tale forza.

(2) Dettagli biografici: nomi precisi di persone e luoghi (Onesiforo di Efeso, Carpo a Troade, Erasto a Corinto, Trofimo malato a Mileto, Dema partito per Tessalonica), poco probabili in una pseudepigrafia.

(3) Coerenza con gli Atti: la situazione romana di prigionia e di attesa del martirio si integra nella cronologia paolina.

(4) Ipotesi dei frammenti autentici (P. N. Harrison, 1921, modificata da altri): anche se 2 Tm nella sua forma attuale è deuteropaolina, conterrebbe note paoline autentiche (fragment hypothesis).

Argomenti contro l’autenticità di 2 Tm:

(1) Vocabolario e stile comuni con 1 Tm e Tt.

(2) Situazione ecclesiale di seconda generazione: il «deposito» (παραθήκη) da trasmettere, organizzazione ministeriale stabilizzata.

(3) Cronologia biografica: spostamenti supposti di Paolo difficili da integrare nel racconto degli Atti.

Posizione dominante critica: deuteropaolinità probabile ma con possibile nucleo autentico (fragment hypothesis). Posizione conservatrice: autenticità paolina diretta.

Struttura letteraria

  1. Saluto e rendimento di grazie (2 Tm 1,1-7)

    Saluto a Timoteo, «figlio carissimo» (1,1-2). Rendimento di grazie per la fede sincera che abitò dapprima in Lòide (nonna) ed Eunìce (madre) (1,5). Esortazione a ravvivare il dono di Dio ricevuto mediante l’imposizione delle mani (1,6, charisma dia tēs epitheseōs tōn cheirōn). «Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza» (1,7).

  2. Esortazione alla perseveranza (2 Tm 1,8 – 2,13)

    Appello a non vergognarsi della testimonianza del Signore né di Paolo prigioniero (1,8-14). Menzione di abbandoni (Figelo, Ermogene) e di fedeltà (Onesiforo, 1,15-18). Metafore del soldato, dell’atleta e dell’agricoltore per descrivere la vita cristiana (2,1-7). Cristologia: «Ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide» (2,8). Inno primitivo: «Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se perseveriamo, con lui anche regneremo» (2,11-13, celebre pistos ho logos).

  3. Contro i falsi maestri (2 Tm 2,14-26)

    Avvertimento contro le «battaglie di parole» (logomachein, 2,14). Approvato come «operaio che non ha di che vergognarsi, che dispensa rettamente la parola della verità» (2,15, orthotomounta ton logon tēs alētheias). Imeneo e Fileto che si allontanano dicendo che la risurrezione è già avvenuta (2,17-18) — possibile riferimento a un protognosticismo spiritualizzante. Solido fondamento di Dio (2,19). Immagine dei vasi d’onore e di disonore (2,20-21). Consigli pastorali (2,22-26).

  4. Apostasia degli ultimi giorni (2 Tm 3,1-9)

    Profezia degli «ultimi giorni» (en eschatais hēmerais) con catalogo di vizi (3,1-5). Falsi maestri seduttori (3,6-9, riferimento a Ianne e Iambre, tradizioni ebraiche sui maghi egiziani opposti a Mosè).

  5. L’ispirazione delle Scritture e il mandato (2 Tm 3,10 – 4,8)

    Riferimento alla vita di Paolo come esempio (3,10-13). Perseveranza nella Parola: «tu sai da chi l’hai appreso e che fin dall’infanzia conosci le sacre Lettere (hiera grammata), le quali possono istruirti per la salvezza» (3,14-15). Versetto maggiore: «Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere, educare alla giustizia» (3,16-17, pasa graphē theopneustos). Mandato solenne: «annuncia la Parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento» (4,1-2). Testamento: «Quanto a me, il mio sangue sta per essere versato in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (4,6-7). Corona di giustizia promessa (4,8).

  6. Note personali e conclusione (2 Tm 4,9-22)

    Dema ha abbandonato, Crescente partito per la Galazia, Tito per la Dalmazia (4,9-10). Richiesta del mantello, dei libri e soprattutto delle pergamene (membranas) lasciati a Troade presso Carpo (4,13). Avvertimento contro Alessandro il ramaio (4,14-15). Processo e abbandono: «nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato» (4,16). Saluti e grazia finale (4,19-22).

Teologia principale

L’ispirazione delle Scritture (2 Tm 3,16)

2 Timoteo 3,16 è uno dei versetti fondativi di tutte le teologie cristiane dell’ispirazione. Ha strutturato il dibattito sull’ispirazione, sull’inerranza e sull’autorità biblica.

Il testo. «Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia» (pasa graphē theopneustos kai ōphelimos pros didaskalian, pros elegmon, pros epanorthōsin, pros paideian tēn en dikaiosynē).

Theopneustos («ispirato da Dio», letteralmente «soffiato da Dio»). Hapax neotestamentario (il verbo è assente dal greco classico prima del NT, ma theopnoos è attestato). Il termine evoca il soffio creatore di Gen 2,7 (YHWH insuffla la vita in Adamo) e il soffio profetico di Nm 11,25 e Is 59,21. Connota un’origine divina attiva della Scrittura, senza precisare il modo dell’ispirazione.

Quali «Scritture»? Al momento della redazione (verso il 65-110) soltanto l’Antico Testamento (LXX o testo ebraico) è canonico. Le hiera grammata (3,15) che Timoteo conosce fin dall’infanzia designano l’AT ebraico. Tuttavia, nella tradizione cristiana ulteriore, 2 Tm 3,16 è stato applicato all’insieme del canone biblico (AT più NT), in particolare per riferimento a 2 Pt 3,16 che già tratta le lettere di Paolo come «Scrittura» (graphai).

Pasa graphē. Due traduzioni disputate:

(a) «Tutta la Scrittura è ispirata» (CEI, Nuova Riveduta) — affermazione distributiva: ogni Scrittura individualmente è ispirata.

(b) «Ogni Scrittura ispirata è utile» (Vulgata omnis Scriptura divinitus inspirata utilis est) — lettura che presuppone una distinzione tra Scritture ispirate e non ispirate.

La maggioranza critica preferisce (a): la copulativa kai tra theopneustos e ōphelimos rende la lettura distributiva più naturale.

Teologia dell’ispirazione: tradizione cristiana classica.

Patristica: Giustino (Dialogo con Trifone 65), Ireneo (Adversus Haereses II, 28, 2), Origene (De principiis IV) sviluppano una teologia dell’ispirazione. Origene insiste: «non uno iota è privo di significato».

Scolastica: Tommaso (Summa I, q. 1, aa. 1-10) articola ispirazione umana e autorialità divina. La Scrittura ha Dio come «autore principale» e lo scrittore umano come «autore strumentale».

Riforma: la sola Scriptura poggia su 2 Tm 3,16. Calvino (Istituzione I, 7-9): la Scrittura è autopistos, autenticata dalla testimonianza interna dello Spirito Santo. La Confessio Belgica (1561, art. 3), la Confessione elvetica posteriore (1566, cap. I), la Confessione di Westminster (1647, cap. I) sistematizzano.

Concilio di Trento (1546, sess. IV): riconosce l’ispirazione dei due Testamenti ma vi aggiunge le tradizioni apostoliche non scritte come fonte di pari dignità.

Teologia dell’ispirazione: modalità contemporanee.

Ispirazione verbale plenaria (evangelicali classici): ogni parola della Scrittura è ispirata da Dio. Chicago Statement on Biblical Inerrancy (1978), documento di riferimento dell’evangelicalismo internazionale, firmato da 300 teologi (J. I. Packer, R. C. Sproul, Norman Geisler).

Inerranza biblica: la Scrittura, nei suoi originali, non contiene alcun errore. Distinzione tra inerranza (nessun errore) e infallibilità (nessun inganno sulle verità salvifiche). Il Vaticano I (Dei Filius, 1870) e la Providentissimus Deus (Leone XIII, 1893) affermano l’inerranza; Dei Verbum (Vaticano II, 1965) la formula più prudentemente: Dio ha voluto insegnare nostrae salutis causa (per la nostra salvezza), il che suggerisce che l’inerranza verta sulle verità salvifiche.

Teorie dell’ispirazione: dettatura (respinta dalla maggior parte), ispirazione verbale, ispirazione dinamica (le idee sono ispirate, le parole sono libere), ispirazione plenaria ma non verbale, ispirazione esistenziale (Bultmann, Tillich: la Bibbia diventa parola di Dio nell’incontro esistenziale).

Critica storico-critica (da Spinoza, Wellhausen, Bultmann, Käsemann): riconosce la Scrittura come documento storico umano, da analizzare con i metodi scientifici.

Il testamento paolino (2 Tm 4,6-8)

2 Timoteo 4,6-8 è il testamento spirituale di Paolo, uno dei passi più commoventi del NT. Ha profondamente segnato la spiritualità cristiana e l’iconografia martirologica.

Il testo. «Quanto a me, il mio sangue sta per essere versato in libagione (ēdē spendomai) ed è giunto il momento di sciogliere le vele (analyseōs). Ho combattuto la buona battaglia (ton kalon agōna ēgōnismai), ho terminato la corsa (ton dromon teteleka), ho conservato la fede (tēn pistin tetērēka). Ora mi resta soltanto la corona di giustizia (stephanos tēs dikaiosynēs) che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione (epiphaneian)» (4,6-8).

Immagini mobilitate.

(a) Libagione (spendomai): Paolo si presenta come libagione versata per Dio, eco del sacrificio ebraico (Nm 28,7) e romano. La morte di Paolo diventa atto cultuale. Metafora ripresa in Fil 2,17.

(b) Combattimento (agōn): terminologia sportiva e militare greca. Cfr. 1 Cor 9,24-27; Fil 3,12-14; 1 Tm 6,12.

(c) Corsa (dromos): metafora atletica dello stadio.

(d) Fede conservata (pistin tetērēka): ambiguità feconda — fedeltà personale a Cristo, ma anche conservazione del deposito dottrinale.

(e) Corona (stephanos): ghirlanda di vittoria atletica, segno della ricompensa escatologica. Cfr. 1 Cor 9,25; Gc 1,12; 1 Pt 5,4; Ap 2,10.

Tradizione del martirio paolino. 2 Tm 4,6-8 annuncia il martirio prossimo. La tradizione cristiana (Tertulliano, De praescriptione 36; Atti di Paolo apocrifi; Eusebio, Storia ecclesiastica II, 25, 5 che cita Gaio) colloca il martirio di Paolo a Roma, per decapitazione (cittadinanza romana), sotto Nerone, verso il 64-67. La basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma è costruita sul luogo tradizionale della sua tomba, attestato da scoperte archeologiche recenti (sarcofago del IV secolo, aperto nel 2009, contenente resti ossei datati al radiocarbonio al I-II secolo).

Spiritualità del martirio. Il testamento paolino ha strutturato la spiritualità cristiana del martirio: il martirio come imitatio Christi e compimento del battesimo; la morte come «partenza» (analysis, termine nautico: «levare l’ancora») verso Cristo; l’attesa della «corona» escatologica; la ricompensa aperta a «tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (4,8) — universalizzazione della speranza.

Ricezione. Classico della liturgia funebre e martirologica. Ha ispirato opere maggiori: Agostino (Confessioni), Imitazione di Cristo (verso il 1418, attribuita a Tommaso da Kempis), Pascal (Pensieri sulla morte cristiana), Bonhoeffer (Widerstand und Ergebung, 1944-1945, scritti dalla prigione nazista).

Tradizione e deposito della fede (παραθήκη)

2 Timoteo articola la trasmissione della fede apostolica mediante il linguaggio della tradizione e del deposito (parathēkē). Questo tema è centrale per comprendere i rapporti tra Scrittura e Tradizione, sola Scriptura e successione apostolica.

I passi chiave.

2 Tm 1,12-14: «So infatti in chi ho posto la mia fede e sono convinto che egli è capace di custodire fino a quel giorno il mio deposito (tēn parathēkēn mou phylaxai). Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il buon deposito che ti è stato affidato (tēn kalēn parathēkēn phylaxon)».

2 Tm 2,2: «E quanto hai udito da me in presenza di molti testimoni, trasmettilo a persone fidate, le quali siano in grado di insegnare a loro volta ad altri» — catena di trasmissione in quattro anelli: Paolo → Timoteo → persone fidate → altri.

1 Tm 6,20: «O Timoteo, custodisci il deposito (tēn parathēkēn phylaxon), evitando le chiacchiere vuote e profane e le obiezioni della falsa scienza (pseudōnymou gnōseōs)».

Parathēkē. Termine commerciale e giuridico greco: un deposito affidato a un depositario perché lo custodisca e lo restituisca intatto. Tre volte nelle pastorali (1 Tm 6,20; 2 Tm 1,12.14), mai altrove in Paolo. La metafora significa: la fede apostolica è un tesoro affidato, da custodire fedelmente e da trasmettere intatto.

Teologia della Tradizione. Questi testi hanno nutrito le teologie cattolica e ortodossa della Tradizione apostolica (paradosis, traditio) come fonte della fede, distinta ma inseparabile dalla Scrittura. Vincenzo di Lerino (Commonitorium, verso il 434) formula il principio: quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est («ciò che è stato creduto ovunque, sempre e da tutti»).

Ricezione confessionale.

Cattolicesimo: il concilio di Trento (sess. IV, 1546) dichiara che le verità della fede sono contenute «nei libri scritti e nelle tradizioni non scritte». Il Vaticano II, Dei Verbum 9-10, sfuma: Scrittura e Tradizione formano «un solo sacro deposito della parola di Dio, affidato alla Chiesa».

Ortodossia: la Tradizione vivente include la Scrittura come uno dei suoi testimoni, ma abbraccia anche i concili ecumenici, la liturgia, l’iconografia, la vita dei santi. Vladimir Losskij: la Tradizione è la «vita stessa della Chiesa nello Spirito Santo».

Riforma: sola Scriptura. La Scrittura è la norma normans non normata. Ma sola Scriptura non è nuda Scriptura (Heiko Oberman): la Scrittura è letta nella comunione ecclesiale, alla luce dei Padri.

Anglicanesimo: Scripture, Tradition, Reason (Richard Hooker, Laws of Ecclesiastical Polity, 1593-1597) — triplice autorità.

Anabattisti: sola Scriptura radicale, diffidenza verso le tradizioni umane.

Implicazioni ecumeniche. I dialoghi ecumenici moderni (BEM 1982, ARCIC, Dichiarazione congiunta 1999) hanno avvicinato le posizioni: riconoscimento protestante di una Tradizione normativa (almeno quella dei primi secoli), riconoscimento cattolico post-Vaticano II della primazia materiale della Scrittura.

Dispute teologiche maggiori

Le dispute seguenti mobilitano le sei grandi voci confessionali (cattolica, ortodossa, riformata, luterana, anglicana, anabattista), con interiezioni del Professor Tryphon Goldberg, persona pedagogica ebraica del sito.

Ispirazione e inerranza biblica

2 Tm 3,16 è il versetto fondativo delle teologie cristiane dell’ispirazione. Ma le confessioni divergono sulle modalità: ispirazione verbale plenaria o dinamica? Inerranza totale o limitata alle verità salvifiche? Rapporto con la critica storico-critica?

cattolica

La Scrittura è ispirata da Dio (concilio di Firenze 1442; Trento 1546; Vaticano I, Dei Filius 1870). Dei Verbum (Vaticano II, 1965), art. 11: le Scritture «insegnano fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio volle fosse consegnata nelle sacre Lettere per la nostra salvezza (nostrae salutis causa)». Questa formula è interpretata diversamente: lettura restrittiva (Y. Congar, J. Ratzinger) — l’inerranza verte sulle verità salvifiche; lettura plenaria (R. Brown, A. Vanhoye) — Dio ha voluto tutto, dunque tutto insegna per la salvezza. Posizione contemporanea: coniugare ispirazione e critica storica. Providentissimus Deus (Leone XIII, 1893) ha aperto prudentemente; Divino afflante Spiritu (Pio XII, 1943) ha legittimato la critica scientifica; il Vaticano II l’ha istituzionalizzata. L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (PCB 1993) riconosce la legittimità di tutti i metodi scientifici.

ortodossa

Scrittura ispirata dallo Spirito Santo, ma inseparabile dalla Tradizione vivente. Nessuna dottrina sistematica dell’inerranza come nel cattolicesimo e nell’evangelicalismo occidentali. La Bibbia è libro della Chiesa, letto e interpretato nella comunità liturgica e patristica. Il metropolita Ilarion Alfeev: «Per la Chiesa ortodossa la Scrittura è ispirata da Dio, ma lo Spirito che l’ha ispirata abita anche nella Chiesa e continua a illuminarne l’interpretazione». Nessun obbligo dogmatico sull’inerranza verbale stretta. Il canone ortodosso include i deuterocanonici. Ricezione variabile della critica biblica secondo le Chiese locali: Russia, Grecia e Romania hanno sviluppato un’esegesi moderna. Posizione fondamentalista minoritaria in certi ambienti atoniti.

riformata

Ispirazione verbale plenaria. Calvino (Istituzione I, 7-9): «Tutta la Scrittura viene da Dio»; la Scrittura è autopistos — si autentica da sé mediante la testimonianza interna dello Spirito Santo (testimonium Spiritus Sancti internum). Westminster (1647, cap. I): «The Authority of the Holy Scripture […] dependeth not upon the testimony of any man, or Church; but wholly upon God». Posizione contemporanea: tensione tra ortodossia riformata e critica storica. (1) Riformati evangelicali (Henry, Packer, Sproul, Erickson): mantenimento dell’inerranza negli autografi (Chicago Statement 1978). (2) Riformati storico-critici (Barth, Berkouwer, Wright, Vanhoozer): ispirazione senza inerranza verbale stretta. Barth (Dogmatica I/2): la Bibbia diventa Parola di Dio nell’evento della rivelazione. (3) Riformati liberali (Schleiermacher, Ritschl, Harnack): ispirazione come esperienza religiosa esemplare.

luterana

Scrittura come sola regola e norma, ma distinzione luterana classica tra Legge e Vangelo, e tra Scrittura (lettera) e Parola (kerigma vivente). Lutero: la Bibbia è «la mangiatoia in cui giace il Cristo». Formula di Concordia (1577): «Crediamo, insegniamo e confessiamo che l’unica regola e norma secondo cui tutti i dogmi e tutti i dottori devono essere giudicati e valutati sono le Scritture profetiche e apostoliche». Posizione contemporanea: tradizione luterana fortemente segnata dalla critica storico-critica (Wellhausen, Käsemann, Bultmann). Bultmann: la Scrittura richiede la demitizzazione per divenire evento esistenziale. Posizione alternativa conservatrice: il Sinodo del Missouri (LCMS) mantiene l’inerranza verbale (Brief Statement, 1932). Posizione maggioritaria della Federazione luterana mondiale (EKD tedesca, Svezia, Norvegia, Finlandia, ELCA): ispirazione senza inerranza verbale stretta.

anglicana

Autorità scritturale suprema su ciò che è necessario alla salvezza, coniugata con la Tradizione e la Ragione (il treppiede di Hooker). Trentanove Articoli, art. VI: «Holy Scripture containeth all things necessary to salvation». Il canone anglicano comprende i deuterocanonici ma in una categoria distinta («di edificazione ma non dottrinali»). Posizione contemporanea estremamente diversificata: (a) anglicani evangelicali (Stott, Packer, Wright in parte) — autorità scritturale forte; (b) anglocattolici (trattariani, Pusey, Williams) — integrazione Scrittura/Tradizione alla maniera cattolica; (c) Broad Church e liberali (Maurice, Westcott, Robinson, Spong) — critica storica massicciamente accolta. Comunione anglicana senza definizione dogmatica vincolante sull’ispirazione. La risoluzione 1.10 di Lambeth 1998 sull’autorità scritturale in materia etica ha provocato crisi (GAFCON 2008).

anabattista

Sola Scriptura radicale. Hans Denck (Vom Gesetz Gottes, 1526): soltanto la Scrittura è regola. Menno Simons: la Bibbia e la coscienza rigenerata dallo Spirito bastano. La Confessione di Schleitheim (1527) e quella di Dordrecht (1632) si appoggiano massicciamente sulla Scrittura. Posizione originale: (a) lettura cristocentrica radicale — Gesù è la chiave ermeneutica, il che relativizza talvolta l’AT a favore del NT (giuramento, violenza, potere politico); (b) lettura comunitaria — discernimento scritturale collettivo; (c) etica normativa — la Bibbia non è soltanto fonte dottrinale ma regola di vita (non violenza, semplicità, separazione dal mondo). Posizione contemporanea variegata: i mennoniti moderni (MC USA, MC Canada) hanno integrato la critica storico-critica; amish e Old Order Mennonites mantengono una lettura quasi letterale tradizionale; i pentecostali (Assemblee di Dio) affermano l’inerranza scritturale. Quaccheri: autorità derivata dalla Scrittura, autorità ultima alla Luce interiore.

Sintesi

Le posizioni sull’ispirazione e sull’autorità biblica strutturano profondamente le identità confessionali. Quattro assi: (a) fonte dell’autorità (Scrittura sola contro Scrittura più Tradizione contro Scrittura più Tradizione più Ragione contro Scrittura più Luce interiore); (b) modalità dell’ispirazione (verbale plenaria, dinamica, kerigmatica, esistenziale, comunitaria); (c) inerranza (totale negli autografi, limitata alle verità salvifiche, non affermata); (d) rapporto con la critica storica (rifiuto, integrazione prudente, integrazione piena). I dialoghi ecumenici moderni (BEM 1982, ARCIC, Dichiarazione congiunta 1999, Dal conflitto alla comunione 2013) hanno avvicinato senza unificare. La sfida contemporanea è tenere l’autorità scritturale di fronte: (a) al fondamentalismo che irrigidisce l’inerranza verbale, (b) al liberalismo che dissolve l’autorità nell’esperienza, (c) al pluralismo ermeneutico postmoderno. 2 Tm 3,16 resta il perno del dibattito.

Sola Scriptura e Tradizione

2 Tm 1,14 («il buon deposito»), 2 Tm 2,2 (catena di trasmissione) e 1 Tm 6,20 («custodisci il deposito») sono mobilitati insieme dai difensori della Tradizione apostolica (cattolici, ortodossi) e dai sostenitori della sola Scriptura (riformati).

cattolica

Scrittura e Tradizione formano un’unica fonte della Rivelazione, distinte ma inseparabili. Il concilio di Trento (sess. IV, 8 aprile 1546) dichiara contro la Riforma: le verità della fede sono contenute «in libris scriptis et sine scripto traditionibus» (nei libri scritti e nelle tradizioni non scritte). Trento riceve la Scrittura e le Tradizioni «con pari sentimento di pietà e riverenza» (pari pietatis affectu). Il Vaticano II, Dei Verbum 9-10, sfuma: «La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa». Il magistero è servitore della Parola: «Il magistero non è al di sopra della parola di Dio ma al suo servizio» (Dei Verbum 10). Il Vaticano II sottolinea la primazia della Scrittura come «anima della teologia» (Optatam totius 16, Dei Verbum 24).

ortodossa

Tradizione vivente (paradosis) come cornice inglobante della Scrittura. L’ortodossia non distingue sistematicamente Scrittura e Tradizione come due fonti giustapposte, ma afferma la Tradizione vivente della Chiesa che include: Scrittura, concili ecumenici (sette riconosciuti: Nicea I 325, Costantinopoli I 381, Efeso 431, Calcedonia 451, Costantinopoli II 553, Costantinopoli III 681, Nicea II 787), Padri della Chiesa, liturgia (in particolare le liturgie di san Basilio e di san Giovanni Crisostomo), iconografia (difesa a Nicea II), vita dei santi, coscienza ecclesiale (sobornost in Chomjakov). Vladimir Losskij: «La Tradizione è la vita stessa della Chiesa nello Spirito Santo». Nessuna primazia giuridica di una fonte sulle altre.

riformata

Sola Scriptura — uno dei cinque solae della Riforma. Calvino (Istituzione I, 7-9; IV, 8-10): la Scrittura è sola norma della fede, suprema e finale (norma normans non normata). Westminster (1647, cap. I, art. 6): «The whole counsel of God […] is either expressly set down in Scripture, or by good and necessary consequence may be deduced from Scripture: unto which nothing at any time is to be added, whether by new revelations of the Spirit, or traditions of men». Precisazione capitale: sola Scriptura non è nuda Scriptura. Heiko Oberman ha mostrato che i riformatori non hanno mai respinto ogni tradizione: accettano i concili ecumenici antichi (Nicea 325, Costantinopoli 381, Efeso 431, Calcedonia 451), i Padri (in particolare Agostino per Lutero e Calvino), i credi. Ciò che rifiutano: le tradizioni aggiunte posteriori (purgatorio, indulgenze, dottrine mariane tardive, primato papale giuridico). Posizione contemporanea: riconoscimento di una Tradizione normativa antica (il consensus quinquesaecularis).

luterana

Posizione luterana vicina a quella riformata ma con sue sfumature. Lutero (Articoli di Smalcalda 1537, parte II, art. 2): «La Parola di Dio deve stabilire gli articoli di fede, e nessun altro, neppure un angelo». Formula di Concordia (1577): Scrittura sola come regula et norma. Ma Lutero ha mantenuto una ricezione modulata delle tradizioni: (a) concili ecumenici antichi accolti (Nicea, Costantinopoli I, Efeso, Calcedonia); (b) Confessioni luterane (Augustana 1530, Apologia 1531, Articoli di Smalcalda 1537, Catechismi 1529, Formula di Concordia 1577, raccolte nel Libro di Concordia 1580) accolte come espressione normativa. La Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione (1999) tra Federazione luterana mondiale e Vaticano segna un riavvicinamento sulla dottrina principale della Riforma. Dal conflitto alla comunione (2013) riformula l’incontro cattolico-luterano.

anglicana

Il treppiede di Hooker — Scrittura, Tradizione, Ragione. Laws of Ecclesiastical Polity (1593-1597): «What Scripture doth plainly deliver, to that the first place both of credit and obedience is due; the next whereunto is whatsoever any man can necessarily conclude by force of reason; after these the voice of the Church succeedeth». Gerarchia ordinata: Scrittura per prima, Ragione poi, Tradizione ecclesiale in terzo luogo. Trentanove Articoli, art. VI: Scrittura sufficiente alla salvezza; art. XX: «the Church hath power to decree Rites or Ceremonies […] yet it is not lawful for the Church to ordain any thing that is contrary to God’s Word written». La Tradizione (antica, patristica, conciliare) è accolta ma subordinata alla Scrittura. Posizione contemporanea: la Comunione anglicana comprende tre sensibilità: evangelicali (Stott, Packer) — enfasi scritturale; anglocattolici (trattariani, Pusey, Williams) — enfasi tradizionale; liberali (Robinson, Spong) — enfasi razionale.

anabattista

Sola Scriptura radicale. Rifiuto sistematico di ogni tradizione umana non scritturale. La Confessione di Schleitheim (1527) e quella di Dordrecht (1632) si presentano come espressioni dell’insegnamento scritturale puro. Gli anabattisti respingono: battesimo dei bambini (non scritturale), giuramento civile, servizio militare, tradizioni cattoliche medievali. Ma respingono anche le tradizioni riformatrici magisteriali che considerano mezze misure (Wittenberg e Zurigo non avrebbero condotto la Riforma al suo termine scritturale). Lettura cristocentrica della Scrittura — Gesù è la chiave d’interpretazione. Lettura comunitaria e discernimento collettivo. Posizione contemporanea: i mennoniti moderni (Conferenza mennonita mondiale, MCC) integrano un’ermeneutica comunitaria e un’etica non violenta fondata sulla Scrittura.

Sintesi

Il rapporto Scrittura-Tradizione resta uno dei nodi ecumenici maggiori. Quattro posizioni strutturali: (a) Scrittura e Tradizione consustanziali (cattolica, ortodossa); (b) Scrittura, Tradizione e Ragione equilibrate (anglicana); (c) Scrittura sola normativa con Tradizione accolta nella misura della sua conformità scritturale (luterana, riformata); (d) Scrittura sola normativa con rifiuto massimo della Tradizione umana (anabattista). I dialoghi ecumenici moderni (BEM 1982, ARCIC, Dichiarazione congiunta 1999, Dal conflitto alla comunione 2013) hanno avvicinato le posizioni senza unificarle. Riconoscimento comune emergente: (1) la Scrittura è norma normans, (2) la Tradizione è norma normata, (3) ma la Scrittura è essa stessa ricevuta nella Tradizione ecclesiale che l’ha canonizzata e che la interpreta. La sola Scriptura non è nuda Scriptura.

Il canone biblico: 66, 73 o 76 libri?

2 Tm 3,15 parla delle «sacre Lettere» (hiera grammata) che Timoteo conosce fin dall’infanzia. Qual è il contenuto di questo canone? Nel I secolo il canone dell’AT non è ancora chiuso universalmente; il canone del NT non esiste. Le divergenze confessionali persistenti strutturano la lettura cristiana.

cattolica

73 libri (46 AT più 27 NT). L’AT comprende i libri deuterocanonici: Tobia, Giuditta, Sapienza, Siracide (Ecclesiastico), Baruc (con la Lettera di Geremia come cap. 6), 1-2 Maccabei, oltre a sezioni deuterocanoniche di Ester e Daniele (Dn 3,24-90, preghiera di Azaria e cantico dei tre giovani; Dn 13, Susanna; Dn 14, Bel e il drago). Il concilio di Firenze (1442, bolla Cantate Domino) e soprattutto il concilio di Trento (sess. IV, 8 aprile 1546, decreto De canonicis Scripturis) definiscono dogmaticamente il canone. Fondamento storico: Settanta (LXX) accolta nella Chiesa antica (Giustino, Ireneo, Tertulliano); Vulgata di Girolamo. Posizione contemporanea mantenuta. Le Bibbie cattoliche (CEI, Bibbia di Gerusalemme, TOB) includono i deuterocanonici mescolati ai protocanonici.

ortodossa

Posizione ortodossa: canone allargato, ma con variazioni secondo le Chiese locali. L’AT ortodosso include generalmente: tutti i deuterocanonici cattolici più 3 Esdra (= 1 Esdra nella LXX), 3 Maccabei, Preghiera di Manasse, Salmo 151, e talvolta 4 Maccabei (in appendice). Le Bibbie slavone e greca differiscono lievemente. Totale: da 76 a 78 libri secondo le Chiese. Nessuna definizione dogmatica stretta del canone come a Trento. Il sinodo di Gerusalemme (1672, patriarca Dositeo), sotto l’influenza della controversia antiprotestante, definisce un canone esplicito. Posizione contemporanea: canone aperto e accolto liturgicamente più che dogmaticamente definito. I Padri greci (Atanasio, Lettera festale 39, 367; Cirillo di Gerusalemme, Catechesi 4) elencavano talvolta un canone più breve; i Padri siriaci (Pietro il Cieco di Damasco, Teodoro di Mopsuestia) avevano le loro specificità. La Bibbia Peshitta siriaca ha un proprio canone.

riformata

Canone protestante classico: 66 libri (39 AT più 27 NT). L’AT segue il canone ebraico (senza i deuterocanonici). Calvino (Istituzione I, 8, 1-2; IV, 9, 14) segue Girolamo: i deuterocanonici sono «libri apocrifi» utili alla lettura privata ma non dottrinalmente vincolanti. La Confessione di Westminster (1647, cap. I, art. 3): «The books commonly called Apocrypha, not being of divine inspiration, are no part of the Canon of the Scripture, and therefore are of no authority in the Church of God, nor to be any otherwise approved, or made use of, than other human writings». Posizione definita in reazione diretta a Trento. Argomenti: (a) canone ebraico autentico (Girolamo, rabbini); (b) assenza di citazione esplicita dei deuterocanonici nel NT come «Scrittura»; (c) dottrine cattoliche tardive (purgatorio) fondate su deuterocanonici (2 Mac 12,42-46). Posizione contemporanea mantenuta nelle Bibbie protestanti principali (Nuova Riveduta, NIV, ESV). Un’eccezione notevole: le prime Bibbie della Riforma (Lutero 1534, King James 1611, Ginevra 1560) includevano i deuterocanonici in una sezione separata «Apocrypha» — pratica abbandonata dalle Società bibliche nel XIX secolo.

luterana

Posizione luterana classica: canone ebraico dell’AT (39 libri) più 27 del NT = 66 libri, ma con i deuterocanonici stampati in sezione separata chiamata Apokryphen. La Bibbia di Lutero (1534) colloca i deuterocanonici tra AT e NT con la nota: «Apocrifi: sono libri che non sono tenuti pari alle sacre Scritture ma che sono utili e buoni da leggere». Posizione pedagogica distintiva del luteranesimo: né rifiuto (riformati) né riconoscimento dogmatico (cattolici). Lutero ha espresso riserve anche su certi libri del NT: Ebrei, Giacomo (lettera di paglia), Giuda, Apocalisse — senza toglierli dal canone ma collocandoli alla fine del suo NT ed esprimendo dubbi nelle prefazioni. Posizione contemporanea mantenuta nelle Bibbie luterane classiche. Le Bibbie luterane moderne (Lutherbibel riveduta 2017) conservano gli apocrifi in sezione separata. Pratica ecumenica: la TOB include gli apocrifi ortodossi e cattolici.

anglicana

Posizione anglicana: canone ebraico per l’AT (39 protocanonici) più 27 del NT = 66 libri «per la dottrina», ma gli apocrifi (deuterocanonici cattolici) sono conservati «per l’esempio di vita e l’insegnamento dei costumi, senza tuttavia servirsene per stabilire alcuna dottrina» (Trentanove Articoli, 1571, art. VI). Posizione originale via media: né rifiuto riformato totale né accettazione cattolica dogmatica. Gli apocrifi sono letti nella liturgia anglicana (l’Ufficio quotidiano del Book of Common Prayer 1662 include letture di Tobia, Sapienza, Siracide, Baruc nel lezionario annuale). Le Bibbie anglicane storiche (King James 1611, Bibbia dei vescovi 1568) stampavano gli apocrifi in sezione separata. Posizione contemporanea mantenuta nella Comunione anglicana. Il lezionario riveduto (RCL, 1992) include letture deuterocanoniche opzionali.

anabattista

Posizione anabattista: canone protestante stretto di 66 libri (seguendo i riformati magisteriali). Ma con una particolarità: alcuni anabattisti (in particolare i fratelli svizzeri nel XVI secolo) hanno avuto un uso intensivo del NT a scapito dell’AT, coerentemente con la loro lettura cristocentrica. Menno Simons cita massicciamente il NT (in particolare il Discorso della montagna) e molto meno l’AT. Questa tendenza non è un’esclusione canonica dell’AT ma un’asimmetria di ricezione: il NT è letto come compimento e criterio interpretativo. Amish e Old Order Mennonites mantengono i 66 libri. Pentecostali ed evangelicali anabattisti (Assemblee di Dio, Vineyard): canone protestante standard.

Sintesi

Il canone biblico resta uno dei marcatori confessionali più visibili: 66 libri (protestanti), 73 libri (cattolici romani), 76-78 libri (ortodossi secondo le Chiese locali). Questa divergenza risale all’opposizione tra il canone ebraico (Yavne I-II secolo o processo più lungo) e il canone alessandrino allargato della LXX (con i deuterocanonici). Il NT cristiano (27 libri) è universale e incontestato dal IV secolo (Atanasio, Lettera festale 39, 367; Cartagine III, 397). I dialoghi ecumenici moderni hanno prodotto la TOB (Traduction œcuménique de la Bible, 1975-2010), che include i deuterocanonici cattolici e ortodossi in sezioni distinte — strumento ecumenico maggiore. La questione del canone resta teologicamente importante perché alcune dottrine cattoliche (purgatorio, intercessione dei santi) si appoggiano sui deuterocanonici che i protestanti respingono, il che impedisce una convergenza dogmatica completa.

Ricezione storica

Ricezione patristica (II-V sec.)

Policarpo (Fil. 5,2; 9,2; 12,3) cita 2 Tm. Ireneo (Adversus Haereses III, 14, 1) cita 2 Tm 1,8; III, 3, 3; IV, 16, 3. Tertulliano (De praescriptione 25 e 36; Adversus Marcionem V) commenta la lotta contro gli eretici. Origene (Omelie) sviluppa 2 Tm 3,16 come fondamento della lettura spirituale. Girolamo (Commento) e Agostino (De doctrina christiana) riprendono 2 Tm 3,16 per la loro teologia della Scrittura.

Giovanni Crisostomo (Omelie su 2 Timoteo) produce il commento patristico più sviluppato. La tradizione martirologica (Tertulliano, Eusebio, Storia ecclesiastica II, 25) colloca il martirio di Paolo a Roma sotto Nerone, appoggiandosi su 2 Tm 4,6-8.

Ricezione medievale

La Glossa ordinaria e la glossa interlineare commentano 2 Tm sulla base di Agostino e Girolamo. Tommaso d’Aquino (Lectura super Epistolas Pauli) legge 2 Tm 3,16 in una teologia sacramentale della Scrittura: Dio è autore principale, lo scrittore umano autore strumentale. La devotio moderna (Tommaso da Kempis, Imitazione di Cristo, verso il 1418) riprende il testamento paolino di 2 Tm 4,6-8 in una spiritualità della morte cristiana.

Ricezione della Riforma

Lutero e Calvino fanno di 2 Tm 3,16 il perno scritturale della sola Scriptura. Calvino (Istituzione I, 7-9) costruisce la sua teologia dell’autorità biblica su questo versetto. Lutero insiste su 2 Tm 3,15 («le sacre Lettere che possono istruirti per la salvezza mediante la fede in Cristo Gesù») come fondamento della sola fide. Le confessioni della Riforma (Confessio Belgica 1561, Helvetica posterior 1566, Westminster 1647) citano 2 Tm 3,16. Il concilio di Trento (sess. IV, 1546) risponde definendo l’ispirazione plenaria e il ruolo complementare della Tradizione.

Ricezione moderna (XIX-XXI sec.)

Schleiermacher ed Eichhorn inaugurano la critica dell’autenticità paolina delle pastorali. Holtzmann sistematizza (1880). Il XX secolo vede la progressiva relativizzazione di 2 Tm in certe esegesi liberali (Dibelius-Conzelmann 1955) e il suo mantenimento nell’ortodossia evangelicale (Chicago Statement 1978). Il Vaticano II, Dei Verbum (1965), cita 2 Tm 3,16-17 come versetto centrale per la teologia dell’ispirazione. I dialoghi ecumenici moderni (BEM 1982, ARCIC, Dichiarazione congiunta 1999, Dal conflitto alla comunione 2013) avvicinano le posizioni sull’autorità scritturale.

La tradizione spirituale continua a meditare 2 Tm 4,6-8 nel contesto del martirio contemporaneo: Bonhoeffer (Widerstand und Ergebung, 1944-1945), martiri del XX secolo (Massimiliano Kolbe, Edith Stein, Óscar Romero, monaci di Tibhirine).

Approfondimenti esegetici

Dossier tematici sui punti in cui l’esegesi contemporanea dibatte ancora: testi chiave, filologia, storia della ricezione.

La seconda a Timoteo è il testamento di Paolo: scritta da una prigione romana in cui attende la morte, «è giunto il momento di sciogliere le vele» (4,6), è la più personale delle Pastorali e quella la cui autenticità, o almeno l’inclusione di frammenti autentici, è più spesso difesa.

Le Pastorali: un dossier comune

1 Timoteo, 2 Timoteo e Tito formano un gruppo, chiamato «Pastorali» da Paul Anton nel 1726, la cui autenticità è discussa come un tutto. Schleiermacher aprì il dibattito nel 1807 per 1 Timoteo, Eichhorn lo estese alle tre nel 1812, e da Baur in poi la maggioranza della critica le ritiene pseudepigrafe, redatte verso il 90-110. Gli argomenti sono convergenti: un vocabolario di cui più di un terzo è estraneo alle altre lettere, con termini tardivi come «pietà» (εὐσέβεια) e «sana dottrina»; un’organizzazione ecclesiale con vescovi, presbiteri e diaconi istituiti; una teologia in cui la fede è divenuta un deposito (παραθήκη) da custodire più che una relazione; e l’impossibilità di collocare i viaggi supposti nella cronologia degli Atti, se non postulando una liberazione di Paolo dopo At 28 e una seconda prigionia, che 1 Clemente 5 e il canone di Muratori suggeriscono senza stabilirla. I difensori dell’autenticità, minoritari, invocano il ruolo di un segretario, Luca secondo alcuni, e il cambiamento di genere: lettere a collaboratori e non a Chiese.

Il testamento

La lettera appartiene al genere del discorso d’addio, di cui Gv 13-17 e At 20,17-38 offrono altri esempi: il morente ricorda la propria vita, trasmette la carica, avverte dei pericoli a venire e benedice. Le notizie personali di 4,9-21 — Dema che ha abbandonato Paolo «per amore del secolo presente», Luca solo con lui, il mantello e le pergamene lasciati a Troade, Alessandro il fabbro — hanno una precisione che ha indotto Harrison nel 1921 a vedervi frammenti di biglietti autentici integrati dallo pseudepigrafo, ipotesi seducente ma i cui sostenitori non concordano sulla delimitazione dei frammenti.

«Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione.»
2 Timoteo 4,7-8

La Scrittura ispirata (3,14-17)

«Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.»
2 Timoteo 3,16-17

Il versetto è il fondamento scritturale della dottrina dell’ispirazione. L’aggettivo θεόπνευστος, «soffiato da Dio», è un ἅπαξ biblico di cui Warfield ha fatto nel 1900 lo studio classico, stabilendo contro l’etimologia attiva, «che respira Dio», il senso passivo, «prodotto dal soffio di Dio». La sintassi è ambigua: «tutta la Scrittura è ispirata e utile», lettura tradizionale, oppure «ogni Scrittura ispirata è anche utile», con l’aggettivo attributivo. La prima è la più probabile, ma la seconda ha sostenitori antichi. «Tutta la Scrittura» designa, nel contesto di 3,15, «le sacre lettere» apprese fin dall’infanzia, cioè l’Antico Testamento; l’applicazione al Nuovo appartiene a un’inferenza teologica ulteriore. Il versetto non dice come l’ispirazione operi, e le teorie della dettatura, della concomitanza o dell’ispirazione della comunità non ne sono deducibili.

Gli ultimi tempi (3,1-9)

Il catalogo di vizi di 3,2-5, diciannove termini, è il più lungo del Nuovo Testamento, ed è incorniciato da una nota apocalittica, «negli ultimi giorni», e dalla menzione di Ianne e Iambre, i maghi del faraone di cui l’Esodo non dà i nomi ma che la tradizione ebraica aveva battezzato, il che attesta la circolazione di tradizioni extrabibliche nelle comunità paoline.

Bibliografia selettiva

Riferimenti selezionati secondo le convenzioni del SBL Handbook of Style (2ª ed., 2014).

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  • Quinn, Jerome D., et William C. Wacker. The First and Second Letters to Timothy. ECC. Grand Rapids : Eerdmans, 2000.
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  • Redalié, Yann. Paul après Paul : le temps, le salut, la morale selon les épîtres à Timothée et à Tite. Le Monde de la Bible 31. Genève : Labor et Fides, 1994.
  • Towner, Philip H. The Letters to Timothy and Titus. NICNT. Grand Rapids : Eerdmans, 2006.
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  • Congar, Yves. La Tradition et les traditions. 2 vol. Paris : Fayard, 1960-1963.
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  • Pelikan, Jaroslav. The Christian Tradition : A History of the Development of Doctrine. 5 vol. Chicago : University of Chicago Press, 1971-1989.
  • Marcheselli-Casale, Cesare. Le Lettere pastorali. Bologna: EDB, 1995.
  • Fabris, Rinaldo. Le lettere di Paolo. 3 voll. Roma: Borla, 1990.
  • Bonhoeffer, Dietrich. Resistenza e resa. Cinisello Balsamo: San Paolo, 1988.

Complementi

  • Redalié, Yann. Paul après Paul. Genève : Labor et Fides, 1994.
  • Spicq, Ceslas. Les Épîtres pastorales. Paris : Gabalda, 1969.
  • Harrison, P. N. The Problem of the Pastoral Epistles. Oxford : Oxford University Press, 1921.
  • Warfield, Benjamin B. «God-Inspired Scripture». Presbyterian and Reformed Review 11 (1900).
  • Marshall, I. Howard. The Pastoral Epistles. ICC. Édimbourg : T&T Clark, 1999.
  • Prior, Michael. Paul the Letter-Writer and the Second Letter to Timothy. Sheffield : JSOT Press, 1989.

Vedi anche

Quiz — La Seconda a Timoteo

Che cosa ha proposto P. N. Harrison nel 1921 a proposito di 2 Timoteo?