Vai al contenuto principale

Vangelo secondo Giovanni (Gv)

Quarto vangelo del canone, profondamente distinto dai sinottici per la cristologia della preesistenza, i suoi sette segni, le sue sette dichiarazioni «Io sono», i lunghi discorsi e la coscienza esplicita di scrivere perché si creda che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio (Gv 20,31). Nato in una comunità giovannea dell’Asia Minore, ha plasmato la dogmatica trinitaria e cristologica del cristianesimo antico e nutre da venti secoli la mistica, la liturgia e la spiritualità cristiane.

Presentazione

Autore
Il «discepolo che Gesù amava» (Gv 13,23; 19,26; 21,7.20), identificato dalla tradizione con Giovanni figlio di Zebedeo. La critica moderna distingue il testimone oculare originario, un evangelista redattore e un redattore finale responsabile del capitolo 21 e di alcune note. La scuola giovannea di Efeso è l’ipotesi integrativa dominante.
Data di redazione
90-110 d.C. La maturità cristologica, la rottura già consumata con la sinagoga (Gv 9,22; 12,42; 16,2), la conoscenza presupposta della tradizione sinottica e l’uso da parte di Ignazio di Antiochia (verso il 110) situano la redazione finale tra gli anni Novanta e il 110.
Destinatari
Comunità giovannee dell’Asia Minore (Efeso e dintorni), a dominante giudeocristiana ma aperte ai Samaritani e ai pagani. Comunità in conflitto con la sinagoga (esclusione dei cristiani, Gv 9,22; 16,2) e attraversate da dissensi interni (1 Gv 2,19).
Luogo di redazione
Efeso, secondo una tradizione convergente (Ireneo, Adversus Haereses III, 1, 1; Policrate di Efeso citato da Eusebio). Alcuni critici più antichi (Bauer) hanno proposto Antiochia o Alessandria, ma Efeso resta l’ipotesi maggioritaria.
Occasione / contesto
Rafforzare la fede di comunità in conflitto con la sinagoga, escluse dal giudaismo ufficiale e tentate da derive docetiste o gnosticizzanti. Lo scopo esplicito (Gv 20,30-31) è far credere che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e che credendo si abbia la vita nel suo nome.
Lingua originale
Greco della koinè dalla sintassi semplice, dal vocabolario ristretto ma altamente simbolico, a struttura paratattica talvolta semitizzante. Lo stile giovanneo è immediatamente riconoscibile: dialoghi a fraintendimento, ironia, doppi sensi, parole-tema (luce, tenebre, vita, verità, amore, mondo, gloria, ora).
Posto nel canone
Ricevuto universalmente dalla fine del II secolo. Combattuto dagli Alogi (verso il 170-180), che lo attribuivano a Cerinto, difeso da Ireneo e dalla tradizione asiatica. Presente nel canone di Muratori (verso il 170). Il papiro P52 (Rylands, verso il 125-150) attesta la sua diffusione precoce in Egitto.

Autenticità e critica dell’attribuzione

La questione giovannea è una delle più discusse della critica neotestamentaria. La tradizione patristica unanime (Ireneo, Policrate, Tertulliano, Origene, Eusebio) attribuisce il vangelo a Giovanni figlio di Zebedeo, l’apostolo, esiliato e poi tornato a Efeso, morto vecchissimo sotto Traiano. La critica moderna ha scomposto questa attribuzione semplice in più strati.

Il «discepolo che Gesù amava». Questo personaggio anonimo compare a partire dal capitolo 13 (la Cena) e svolge un ruolo crescente: reclinato sul petto di Gesù (13,23), ai piedi della croce (19,26-27), primo al sepolcro (20,2-10), pescatore sul lago (21,7), garante finale della testimonianza (21,20-24). L’identificazione con Giovanni figlio di Zebedeo si impone presto ma resta implicita nel testo.

Ipotesi critiche. (1) Bultmann distingueva fonti eterogenee (sēmeia, discorsi rivelatori, racconto della Passione) integrate da un redattore ecclesiastico. (2) Brown ha proposto una storia in cinque tappe: tradizione orale del discepolo amato, predicazione comunitaria, redazione da parte dell’evangelista (verso il 90), redazione da parte di un discepolo-redattore (verso il 100, aggiunta del cap. 21), edizione finale. (3) Martyn (History and Theology in the Fourth Gospel, 1968) ha mostrato il carattere bistratificato del testo: racconto del tempo di Gesù più situazione della comunità giovannea in conflitto con la sinagoga (aposynagōgos). (4) Hengel difende una redazione da parte di Giovanni il Presbitero (distinto dall’apostolo), figura attestata in Papia.

Convergenze attuali. Si delinea un consenso prudente: (1) origine apostolica almeno indiretta, tramite un testimone oculare della comunità giovannea; (2) redazione da parte di una «scuola» giovannea a Efeso, formata attorno al discepolo amato; (3) storia letteraria complessa con più strati; (4) redazione finale dopo il 90, probabilmente tra il 95 e il 110.

Il papiro P52. Questo frammento del codice della John Rylands Library (Manchester) contiene Gv 18,31-33.37-38 su un foglio datato paleograficamente al 125-150. Attesta che il vangelo circolava in Egitto all’inizio del II secolo, il che suppone una redazione nettamente anteriore e conferma la datazione finale al I secolo.

Indipendenza rispetto ai sinottici. Giovanni conosce la tradizione sinottica ma non dipende letterariamente da nessuno dei tre vangeli. Offre una testimonianza indipendente fondata sulla tradizione giovannea propria, attenta ai soggiorni di Gesù a Gerusalemme, alle feste giudaiche, alla cronologia sacerdotale e al carattere giovanneo della predicazione («Io sono», segni, discorsi).

Struttura letteraria

  1. Prologo (inno del Logos) (Gv 1,1-18)

    Inno cristologico in strofe che afferma la preesistenza eterna del Logos presso Dio, il suo ruolo creatore, la sua incarnazione (1,14) e la rivelazione del Padre da parte del Figlio unigenito. Inserzioni narrative su Giovanni Battista (1,6-8.15).

  2. Testimonianza di Giovanni Battista e primi discepoli (Gv 1,19-51)

    Testimonianza del Battista (1,19-34), chiamata dei primi discepoli (Andrea, Pietro, Filippo, Natanaele, 1,35-51) con le prime confessioni cristologiche (Agnello di Dio, Messia, Figlio di Dio, Re d’Israele).

  3. Libro dei segni (Gv 2,1 – 12,50)

    Sette segni strutturano questa sezione: (1) Cana, acqua mutata in vino (2,1-11); (2) figlio del funzionario regio (4,46-54); (3) paralitico di Betzatà (5,1-9); (4) moltiplicazione dei pani (6,1-15); (5) camminata sulle acque (6,16-21) — talvolta contata fuori serie; (6) cieco nato (9,1-7); (7) risurrezione di Lazzaro (11,1-44). Ogni segno apre a un dialogo o a un discorso rivelatore. Il ministero pubblico articola tre Pasque (2,13; 6,4; 11,55) e diverse feste giudaiche (Capanne, Dedicazione), conferendo una cronologia di tre anni.

  4. Discorsi di addio e ora della gloria (Gv 13,1 – 17,26)

    Lavanda dei piedi (13,1-20), annuncio del tradimento (13,21-30), comandamento nuovo (13,31-38), lunghi discorsi sulla via, la verità, la vita (14), la vera vite (15), la persecuzione e lo Spirito Paraclito (16), grande preghiera sacerdotale (17). Sezione propria del quarto vangelo, meditativa e contemplativa.

  5. Racconto della Passione (Gv 18,1 – 19,42)

    Arresto al Cedron (18,1-12), comparizione da Anna (18,13-27), processo davanti a Pilato con dialogo sulla regalità e sulla verità (18,28 – 19,16), crocifissione con le parole proprie di Giovanni (Donna, ecco tuo figlio; Ho sete; Tutto è compiuto, 19,17-30), sepoltura da parte di Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo (19,31-42).

  6. Racconti di risurrezione (Gv 20,1 – 21,25)

    Sepolcro vuoto (20,1-10), apparizione a Maria di Magdala (20,11-18), ai discepoli con dono dello Spirito (20,19-23), a Tommaso (20,24-29), conclusione letteraria (20,30-31). Epilogo: pesca miracolosa, riabilitazione di Pietro, profezia sul discepolo amato (21,1-25).

Teologia principale

Cristologia del Logos preesistente

Il quarto vangelo pone la cristologia più alta del Nuovo Testamento. Il Prologo (Gv 1,1-18) afferma la preesistenza eterna del Logos presso Dio (πρὸς τὸν θεόν), la sua divinità (θεὸς ἦν ὁ λόγος), il suo ruolo nella creazione (πάντα δι’ αὐτοῦ ἐγένετο), la sua incarnazione (καὶ ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο, 1,14) e la rivelazione del Padre invisibile da parte del Figlio unigenito esegeta (1,18). Questa cristologia della preesistenza sarà la base dei concili di Nicea (325) e di Costantinopoli (381).

I sette «Io sono» (ἐγώ εἰμι), assoluti e con predicato. Il Gesù giovanneo si designa da sé con sette formule cristologiche maggiori: pane della vita (6,35), luce del mondo (8,12), porta delle pecore (10,7.9), buon pastore (10,11.14), risurrezione e vita (11,25), via, verità, vita (14,6), vera vite (15,1). A ciò si aggiungono usi assoluti di «Io sono» (8,24.28.58; 13,19; 18,5-8) che evocano il tetragramma YHWH e la formula di Is 43,10 (LXX: ἐγώ εἰμι).

Filiazione e invio. Il Padre e il Figlio sono uno (10,30), ma il Figlio non fa nulla da se stesso (5,19; 8,28). La relazione filiale si esprime in una dialettica di uguaglianza essenziale (10,30; 14,9) e di subordinazione economica (14,28). Questa dialettica ha alimentato le controversie ariana (IV secolo) e poi nestoriana (V secolo).

L’«ora» (ὥρα) e la gloria (δόξα). La passione giovannea non è un’umiliazione ma una glorificazione (7,30; 8,20; 12,23.27; 13,1; 17,1). «La mia ora non è ancora venuta» (2,4; 7,6.8.30; 8,20), poi «l’ora è venuta» (12,23; 13,1; 17,1). L’innalzamento sulla croce è innalzamento alla gloria (3,14; 8,28; 12,32). Il quarto vangelo contempla la croce come trono (19,19-22, il titulus in tre lingue).

Lo Spirito Paraclito e la pneumatologia giovannea

Il quarto vangelo sviluppa la dottrina più articolata dello Spirito nel Nuovo Testamento. Cinque promesse del Paraclito (παράκλητος, difensore, consolatore, avvocato) strutturano i discorsi di addio: Gv 14,15-17; 14,25-26; 15,26-27; 16,7-11; 16,12-15.

Le funzioni del Paraclito. (1) Spirito di verità che insegna e ricorda (14,26). (2) Testimone che renderà testimonianza al Figlio (15,26). (3) Convinzione del mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio (16,8-11). (4) Guida alla verità tutta intera, annunciatore del futuro (16,13). (5) Glorificatore del Figlio, che comunica ai discepoli ciò che viene dal Figlio (16,14-15).

Processione e invio. Il Paraclito è inviato dal Padre nel nome del Figlio (14,26), inviato dal Figlio da presso il Padre (15,26), procedente dal Padre (15,26). La formula di Gv 15,26, «lo Spirito che procede dal Padre», sarà il testo centrale delle controversie sul Filioque tra Latini e Greci a partire dal IX secolo.

Il dono pasquale dello Spirito. Gesù risorto soffia sui discepoli: «Ricevete lo Spirito Santo» (20,22), evocando il soffio creatore di Gen 2,7 e la visione di Ezechiele 37. Il potere di rimettere e di ritenere i peccati (20,23) sarà invocato nella dottrina cattolica del sacramento della penitenza e discusso dai riformatori.

La nascita dall’alto. Il dialogo con Nicodemo (Gv 3,1-21) lega il dono dello Spirito alla rigenerazione battesimale: nascere da acqua e da Spirito (3,5) per entrare nel Regno. Il testo fonda la teologia battesimale dei Padri greci e latini.

L’escatologia realizzata e il giudizio presente

Il quarto vangelo si caratterizza per un’escatologia largamente «realizzata»: il giudizio e la vita eterna non sono soltanto futuri, si compiono fin d’ora nell’incontro con Cristo. Questa accentuazione, messa in luce da C. H. Dodd (The Interpretation of the Fourth Gospel, 1953), distingue Giovanni dai sinottici.

Il giudizio presente. «Chi crede in lui non è giudicato; ma chi non crede è già giudicato» (Gv 3,18). «Viene l’ora — ed è questa — in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno udita vivranno» (5,25). La krisis (giudizio, separazione, decisione) si compie nell’istante della fede o del rifiuto.

La vita eterna (ζωὴ αἰώνιος) attuale. Per il quarto vangelo la vita eterna comincia nella fede presente. «Chi crede nel Figlio ha la vita eterna» (3,36). «Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha la vita eterna» (5,24). «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (11,25).

Tensione con l’escatologia futura. Il testo conserva tuttavia elementi di escatologia futura: risurrezione nell’ultimo giorno (6,39.40.44.54), ritorno di Cristo (14,3), giudizio finale. La coerenza si costruisce sulla doppia dimensione della krisis: decisione presente, manifestazione futura.

Il mondo (κόσμος). Il quarto vangelo sviluppa una teologia del mondo ambivalente: oggetto dell’amore di Dio (3,16), ma anche sfera ostile guidata dal «principe di questo mondo» (12,31; 14,30; 16,11). I discepoli sono nel mondo senza essere del mondo (17,11-16). Questa dialettica ha influenzato tutta la spiritualità cristiana ascetica e mistica.

Dispute teologiche maggiori

Le dispute seguenti mobilitano le sei grandi voci confessionali (cattolica, ortodossa, riformata, luterana, anglicana, anabattista), con interiezioni del Professor Tryphon Goldberg, persona pedagogica ebraica del sito.

Cristologia alta del quarto vangelo: preesistenza del Logos o elevazione retrospettiva?

Il Prologo giovanneo afferma la preesistenza del Logos presso Dio e il suo ruolo creatore (Gv 1,1-3). Questa cristologia «alta» ha fondato la teologia trinitaria dei Padri. Ma gli esegeti moderni hanno talvolta letto Giovanni come un’elevazione retrospettiva di Gesù da parte della comunità giovannea, proiezione teologica più che insegnamento storico. Le tradizioni confessionali affrontano diversamente questa tensione tra affermazione dogmatica e critica letteraria.

cattolica

Il concilio di Nicea (325) ha fissato in dogma la cristologia giovannea: il Figlio è «generato, non creato, consostanziale al Padre» (ὁμοούσιος τῷ Πατρί). Il concilio di Calcedonia (451) precisa le due nature inseparabili e senza confusione. Giovanni è letto come il vangelo per eccellenza del dogma trinitario. La Dei Verbum (1965, §19) afferma la storicità sostanziale dei vangeli riconoscendo al tempo stesso la sintesi teologica della comunità apostolica. Joseph Ratzinger (Gesù di Nazaret, 2007) difende la storicità del quarto vangelo contro i critici radicali, pur riconoscendone il carattere meditativo.

ortodossa

La Chiesa ortodossa legge Giovanni nella continuità dei Padri greci: Atanasio, Basilio, i due Gregorio, Cirillo di Alessandria. Il Logos giovanneo è l’eterna espressione del Padre, generato senza principio. La pneumatologia giovannea (Gv 15,26) fonda il rifiuto ortodosso del Filioque latino: lo Spirito procede dal Padre solo, ed è inviato temporalmente dal Figlio. San Gregorio Palamas († 1359) ancora in Gv 17,5 e Gv 1,14 la sua teologia della luce taborica increata. La liturgia bizantina apre l’anno liturgico con Gv 1,1 a Pasqua.

riformata

Giovanni Calvino commenta Gv 1,1 affermando che «il Verbo è eterno ed essenzialmente Dio» (Commento al vangelo secondo Giovanni, 1553). La tradizione riformata tiene ferma la piena divinità del Figlio, contro ogni eresia sociniana o unitariana. La Confessione elvetica posteriore (1566, cap. XI) confessa il Figlio «vero Dio e vero uomo». Karl Barth (Dogmatica ecclesiale IV/1) legge Giovanni come il vangelo della grazia sovrana in cui Dio si fa conoscere nella carne. La critica storico-critica (Bultmann, sulla scia della theologia crucis) non invalida la confessione dogmatica ma ne chiarisce le condizioni epistemologiche.

luterana

Lutero ha scritto che il vangelo di Giovanni è «il vangelo d’oro, dolce e tenero» (Prefazione al Nuovo Testamento, 1522). Vi trova la rivelazione suprema della fede in Cristo e della giustificazione per grazia. La communicatio idiomatum luterana (Formula di Concordia, 1577) si appoggia su Gv 1,14 e Gv 10,30 per sostenere la comunicazione reale delle proprietà divine all’umanità di Cristo, compresa l’ubiquità cristica che fonda la presenza eucaristica. Werner Elert e Wolfhart Pannenberg hanno difeso la storicità sostanziale della cristologia giovannea contro le riduzioni bultmanniane.

anglicana

La Chiesa anglicana riceve la cristologia nicena negli Articles of Religion (XXXIX, art. 2, 1571): il Figlio è «vero ed eterno Dio, di una sola sostanza col Padre». Il Book of Common Prayer colloca Gv 1,1-14 come vangelo della festa di Natale. L’esegesi anglicana dotta (B. F. Westcott, C. K. Barrett, John Ashton) ha apportato contributi maggiori allo studio critico di Giovanni, in uno spirito di fedeltà dogmatica e di rigore filologico. Rowan Williams sottolinea la coerenza tra la cristologia giovannea e l’esperienza contemplativa cristiana.

anabattista

La tradizione anabattista, erede dei fratelli svizzeri e dei mennoniti, confessa la piena divinità di Cristo diffidando al tempo stesso delle elaborazioni metafisiche eccessive. La Confessione di Schleitheim (1527) non formula una cristologia speculativa. Per Menno Simons († 1561) l’essenziale è l’imitazione del Cristo umiliato e obbediente, conformemente a Gv 13. La teologia anabattista contemporanea (John Howard Yoder, The Politics of Jesus, 1972) legge Gv 13 (lavanda dei piedi) come rivelazione centrale del Logos servo. L’alta cristologia non è negata ma subordinata alla pratica del discepolato.

Sintesi

Le sei tradizioni confessano unanimemente la piena divinità di Cristo rivelata da Giovanni, eredità del concilio di Nicea (325) ricevuta da tutte. Le divergenze riguardano le conseguenze: Filioque (Latini/Greci), communicatio idiomatum (luterani), articolazione tra dogma e critica (riformati e anglicani), centralità del Cristo servo (anabattisti). Le interiezioni di Tryphon ricordano che la cristologia giovannea è nata in rottura con la sinagoga (Gv 9,22) e che il dialogo ebraico-cristiano contemporaneo deve onorare la singolarità dello Shemà senza rinnegare la confessione trinitaria. Nostra Aetate (Vaticano II, 1965), la dichiarazione Dabru Emet (2000) da parte ebraica e il documento The Gifts and the Calling della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo (2015) hanno posto le basi di un dialogo che prende sul serio insieme la cristologia cristiana e l’irriducibilità del monoteismo d’Israele.

Giovanni 6 e l’eucaristia: realismo sacramentale o simbolismo spirituale?

Il discorso sul pane di vita (Gv 6) culmina in parole di intensità sacramentale inaudita: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita» (Gv 6,53). Questo testo è divenuto, dal II secolo, uno dei pilastri della teologia eucaristica. Le sei tradizioni lo leggono diversamente, tra realismo sacramentale, simbolismo spirituale e pluralità di interpretazioni.

cattolica

La Chiesa cattolica confessa la presenza reale di Cristo nell’eucaristia, operata mediante la transustanziazione (concilio Lateranense IV, 1215; concilio di Trento, sessione XIII, 1551). Gv 6 è letto come annuncio eucaristico: la carne e il sangue di Cristo sono veramente, realmente e sostanzialmente contenuti sotto le specie del pane e del vino. Catechismo della Chiesa cattolica §1374. Mysterium Fidei (Paolo VI, 1965) riafferma la dottrina di Trento. Joseph Ratzinger (Introduzione allo spirito della liturgia, 2000) sottolinea la dimensione insieme cosmica e personale della comunione eucaristica radicata in Gv 6.

ortodossa

La Chiesa ortodossa afferma la presenza reale nella Divina Liturgia ma ricusa l’elaborazione scolastica latina della transustanziazione. Preferisce parlare di metabolē (cambiamento, trasformazione) o di mistero, senza definirne il modo filosofico. La Liturgia di san Giovanni Crisostomo cita esplicitamente Gv 6 nell’epiclesi. San Giovanni Damasceno (De fide orthodoxa IV, 13) parla della conversione del pane e del vino in corpo e sangue di Cristo per opera dello Spirito Santo. Vladimir Losskij e Alexander Schmemann legano l’eucaristia all’escatologia realizzata del quarto vangelo.

riformata

Giovanni Calvino ha tenuto una via mediana: presenza reale spirituale, operata dallo Spirito, alla quale partecipiamo per fede. Rifiuta la transustanziazione come la consustanziazione. Il pane e il vino restano pane e vino, ma Cristo è veramente ricevuto. Il commento di Calvino a Gv 6 (1553) difende questa lettura: la carne di Cristo è «veramente cibo», ma l’unione mistica si realizza mediante lo Spirito, non mediante una manducazione orale. Catechismo di Heidelberg (1563, dd. 75-79). Confessione elvetica posteriore (1566, cap. XXI). Karl Barth (Dogmatica IV/4) rinnova questa posizione con un’accentuazione pneumatologica.

luterana

Lutero afferma la consustanziazione: Cristo è realmente presente in pane, cum pane, sub pane (nel pane, col pane, sotto il pane). Il pane resta pane, ma il corpo di Cristo gli è unito per communicatio idiomatum. Piccolo Catechismo del 1529: «È il vero corpo e il vero sangue del nostro Signore Gesù Cristo, sotto il pane e il vino, dato a noi cristiani da mangiare e da bere». Formula di Concordia (1577, art. VII). Marburgo (1529) segna la rottura con Zwingli: Lutero batte sul tavolo dicendo Hoc est corpus meum. Gv 6,53 è citato per l’istituzione.

anglicana

La Chiesa anglicana ha mantenuto una via media. I Thirty-Nine Articles (art. 28) affermano la presenza reale e respingono la transustanziazione, ma senza precisarne il modo. Il Book of Common Prayer (1662) parla di partake of his most blessed Body and Blood. Richard Hooker (Lawes of Ecclesiastical Politie, libro V, 1597) difende una presenza reale nel comunicante più che nelle specie: Cristo dona realmente il suo corpo e il suo sangue ai fedeli. Questa posizione è detta recezionismo. Il Movimento di Oxford (XIX secolo) e poi le liturgie contemporanee della Comunione anglicana hanno restaurato un alto sacramentalismo vicino al cattolicesimo.

anabattista

La tradizione anabattista, erede di Zwingli e radicalmente reinterpretata, legge Gv 6 come metafora spirituale. La Cena è memoriale (Lc 22,19), rendimento di grazie comunitario, segno dell’unità fraterna, ma non sacramento della presenza reale. Confessione di Dordrecht (1632), art. X. La parola «la carne non giova a nulla, è lo spirito che dà la vita» (Gv 6,63) è letta come chiave ermeneutica del capitolo. I mennoniti contemporanei (J. Denny Weaver) hanno talvolta rinnovato una certa sacramentalità comunitaria senza tornare a un realismo metafisico.

Sintesi

Gv 6 è uno dei testi su cui le sei tradizioni divergono più radicalmente. Il realismo cattolico-ortodosso-luterano (transustanziazione, metabolē, consustanziazione), la presenza spirituale riformata, la via media anglicana e il memoriale anabattista illustrano la diversità delle ermeneutiche sacramentali. Il dialogo ecumenico recente (documento BEM di Lima, 1982; convergenze sull’eucaristia del Groupe des Dombes, 1971-1979; Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, 1999) ha ridotto certe polemiche senza riassorbire le differenze. Le interiezioni di Tryphon ricordano che Gv 6 va letto sullo sfondo del giudaismo del Secondo Tempio, delle feste di Pesach e di Yom Kippur, e della teologia sacrificale veterotestamentaria.

Predestinazione giovannea: Gv 6,44 e 6,65 — elezione divina o risposta di fede?

Il quarto vangelo contiene parole di grande durezza sulla predestinazione: «Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato» (Gv 6,44); «Nessuno può venire a me se non gli è concesso dal Padre» (Gv 6,65); «Voi non credete perché non siete delle mie pecore» (Gv 10,26). Questi versetti hanno alimentato il dibattito sulla predestinazione, l’elezione e il rapporto tra grazia e libertà.

cattolica

La Chiesa cattolica insegna la predestinazione nel quadro di un’articolazione grazia-libertà elaborata da Agostino e poi da Tommaso d’Aquino. Dio predestina gli eletti alla vita eterna per la sua grazia sovrana e preveniente (Agostino, De praedestinatione sanctorum). Tommaso distingue la predestinazione antecedente (dono della grazia) e la riprovazione conseguente (al peccato commesso liberamente). Il concilio di Trento (sessione VI, 1547) condanna la doppia predestinazione calvinista affermando al tempo stesso la necessità della grazia preveniente. Catechismo §600. La controversia De auxiliis (1597-1607) tra domenicani e gesuiti non è stata decisa da Roma.

ortodossa

La Chiesa ortodossa respinge la predestinazione in senso agostiniano-calvinista. San Giovanni Cassiano (Collationes XIII, verso il 426) difende una sinergia tra la grazia divina e la libertà umana (semipelagianesimo orientale, termine contestato in Oriente). I Padri greci (Massimo il Confessore, Giovanni Damasceno) mantengono una synergeia. Christos Yannaras (Dell’assenza e dell’inconoscenza di Dio) legge Gv 6,44 come attrazione d’amore, non come costrizione. Gv 3,16 («Dio ha tanto amato il mondo»), Gv 12,32 («attirerò tutti a me») fondano l’universalismo evangelico.

riformata

Giovanni Calvino (Istituzione cristiana III, 21-24, 1559) sistematizza la doppia predestinazione: Dio, da tutta l’eternità, ha eletto alcuni alla vita eterna e riprovato gli altri alla dannazione, secondo il suo beneplacito e per la sua gloria. I Canoni di Dordrecht (1619) rispondono all’arminianesimo: grazia irresistibile, elezione incondizionata, perseveranza dei santi, espiazione limitata, depravazione totale (i celebri cinque punti). Confessione di Westminster (1647, cap. III, art. III). Karl Barth (Dogmatica II/2) rinnova radicalmente la dottrina: la predestinazione è cristocentrica, Gesù Cristo è insieme l’eletto e il riprovato. Tutti sono oggettivamente eletti in lui.

luterana

Lutero afferma con forza la predestinazione unica: Dio elegge, ma non riprova attivamente. La Formula di Concordia (1577, art. XI) rifiuta insieme l’elezione condizionata (arminianesimo) e la doppia predestinazione (calvinismo), insegnando che la causa della dannazione è nell’uomo soltanto. Il De servo arbitrio (Lutero, 1525) difende la sovranità assoluta della grazia contro Erasmo. Ma la tradizione luterana successiva (Melantone, Chemnitz) attenua questa accentuazione conservando l’universalità della grazia offerta. Wolfhart Pannenberg (Teologia sistematica III) legge Gv 6,44 nella prospettiva della grazia universale realizzata storicamente dall’attrazione della croce innalzata.

anglicana

I Thirty-Nine Articles (art. 17, 1571) affermano la predestinazione alla vita come «decreto eterno di Dio» ma mettono in guardia contro la curiosità presuntuosa e invitano a ricevere questa dottrina come «piena di dolce, gradevole e indicibile conforto per le persone pie». L’anglicanesimo evita la doppia predestinazione esplicita. L’arminianesimo si è largamente diffuso nella Chiesa d’Inghilterra nel XVII secolo (William Laud, Caroline Divines), poi nel XVIII presso i wesleyani. Il movimento evangelicale ha conservato una diversità interna tra calvinisti e arminiani (J. C. Ryle contro Charles Simeon contro John Wesley).

anabattista

La tradizione anabattista respinge generalmente la predestinazione calvinista e tiene ferma la libertà della fede. Menno Simons († 1561) difende la grazia universale offerta e la libera scelta di seguire Cristo. Il battesimo dei credenti presuppone una decisione personale, incompatibile con un’elezione incondizionata. La Confessione di Dordrecht (1632) non tratta della predestinazione. Questa tradizione è più vicina a Erasmo e all’arminianesimo che a Calvino. John Howard Yoder lega questa libertà alla comunità ecclesiale e all’imitazione di Cristo.

Sintesi

Le sei tradizioni confessano l’iniziativa divina della grazia (Gv 6,44) ma divergono sulla sua modalità: predestinazione unica (luterani) o doppia (calvinisti), sinergia (ortodossi), articolazione grazia-libertà (cattolici), via media diversificata (anglicani), libertà della fede (anabattisti). Il dibattito è cruciale per la dottrina di Dio (sovranità, giustizia, amore), per l’antropologia (libertà, depravazione) e per l’ecclesiologia (visibilità della Chiesa, battesimo). La Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione (Augusta, 1999) tra cattolici e luterani, estesa al Consiglio metodista mondiale (2006), alla Comunione mondiale di Chiese riformate (2017) e alla Comunione anglicana (2016), costituisce il passo ecumenico maggiore su queste questioni. Le interiezioni di Tryphon ricordano la saggezza rabbinica del paradosso e la prudenza nella speculazione sui disegni eterni di Dio.

Ricezione storica

Ricezione patristica (II-V sec.)

Il vangelo secondo Giovanni ha plasmato la cristologia patristica. Ignazio di Antiochia († verso il 110) cita Gv 3 e Gv 6 nelle sue lettere. Giustino martire (verso il 150) utilizza abbondantemente Gv 1 per il suo logos spermatikos. Ireneo di Lione (Adversus Haereses III, 1, 1, verso il 180) ne attesta l’origine efesina e combatte gli Alogi che lo respingevano. Origene di Alessandria († 254) gli dedica un commento monumentale, il primo grande commento scientifico della storia cristiana, che intreccia esegesi spirituale e teologia trinitaria. Tertulliano (Adversus Praxean, verso il 213) si appoggia su Gv 10,30 e Gv 14,28 per formulare la dottrina della Trinità («tres personae, una substantia»).

Atanasio di Alessandria († 373) combatte l’arianesimo principalmente con Gv 1 e Gv 10. I Cappadoci (Basilio, Gregorio di Nazianzo, Gregorio di Nissa) proseguono. Giovanni Crisostomo († 407) pronuncia 88 omelie su Giovanni, che restano un vertice dell’esegesi patristica greca. Cirillo di Alessandria († 444), nel suo grande Commento a Giovanni, difende la cristologia dell’unione ipostatica contro Nestorio appoggiandosi su Gv 1,14. Agostino († 430) pronuncia i suoi 124 Tractatus in Iohannem, monumento della patristica latina, che trasmette all’Occidente una lettura mistica e teologica del quarto vangelo.

Ricezione medievale

Il vangelo secondo Giovanni è al cuore della dogmatica scolastica. Tommaso d’Aquino (Commentarium in Iohannem, 1270-1272) ne offre una lettura sistematica articolata alla Summa theologiae. Bonaventura (Commentarius in Evangelium S. Ioannis) ne propone una lettura francescana e mistica. La Glossa ordinaria raccoglie i commenti patristici accessibili nel Medioevo. Alberto Magno commenta Gv 6 nel suo trattato eucaristico.

La mistica renana (Meister Eckhart, Taulero, Susone, XIV secolo) attinge abbondantemente a Gv 1, 14, 17. Per Eckhart il Prologo giovanneo parla della nascita eterna del Verbo nell’anima del credente. Jean Gerson († 1429), Nicola Cusano († 1464) e la Devotio moderna (Tommaso da Kempis, Imitatio Christi) nutrono la loro spiritualità di Giovanni. La liturgia medievale conserva l’«ultimo vangelo» (Gv 1,1-14 letto alla fine di ogni messa), eredità della devozione popolare.

Ricezione bizantina

La tradizione bizantina fa di Giovanni l’evangelista teologo per eccellenza. Simeone il Nuovo Teologo († 1022) appoggia su Gv 1,9 la sua mistica della luce. Gregorio Palamas († 1359) difende la distinzione essenza-energie con Gv 1,18, Gv 14,9, Gv 17,5. La Filocalia (compilazione dei Padri del deserto e degli esicasti, XVIII secolo) cita massicciamente Giovanni.

La liturgia di Pasqua si apre con la lettura di Gv 1,1-17 in più lingue. L’iconografia bizantina rappresenta Giovanni come aquila (simbolica dei quattro viventi di Ap 4,7), evangelista della visione divina. Le liturgie eucaristiche di Giovanni Crisostomo e di Basilio citano abbondantemente Gv 6, Gv 13, Gv 17.

Ricezione della Riforma

Martin Lutero († 1546) qualifica Giovanni come vangelo «dolce e tenero», «il vero vangelo principale», «di gran lunga preferibile agli altri tre» (Prefazione al Nuovo Testamento, 1522). Vi trova la giustificazione per fede (Gv 3,16; 6,29) e la cristologia della grazia. I suoi sermoni su Giovanni (1530-1532, sui capp. 6-8; 1537-1540, sui capp. 14-17) sono una somma della sua teologia tarda.

Giovanni Calvino († 1564) pubblica il suo Commento al vangelo secondo Giovanni nel 1553. Opera maggiore dell’esegesi riformata, articola umanesimo, rigore filologico e teologia della grazia. Calvino legge Gv 6 come testo fondatore della sua dottrina della presenza spirituale reale. Per Calvino, Gv 17 è la grande preghiera sacerdotale di Cristo e fonda l’unità visibile e invisibile della Chiesa.

Ulrich Zwingli († 1531) trae da Gv 6,63 («la carne non giova a nulla») il suo simbolismo eucaristico. Heinrich Bullinger († 1575) prosegue nelle sue Decades e nella Confessione elvetica posteriore. Sul versante radicale, gli anabattisti leggono Gv 13 (lavanda dei piedi) come testo fondatore dell’etica comunitaria.

Ricezione moderna (XIX-XXI sec.)

L’esegesi moderna di Giovanni ha conosciuto più fasi. (1) La critica di Tubinga (F. C. Baur, metà XIX secolo) ritiene Giovanni un testo tardivo (II secolo) di sintesi gnosticizzante. Questa datazione tarda è confutata dalla scoperta del papiro P52. (2) La scuola della storia delle religioni (R. Reitzenstein, W. Bousset) cerca le fonti di Giovanni nello gnosticismo e nella mistica ellenistica. (3) Rudolf Bultmann (Das Evangelium des Johannes, 1941) propone una lettura esistenziale e demitizzata, distinguendo fonti eterogenee e un redattore ecclesiastico. (4) C. H. Dodd (The Interpretation of the Fourth Gospel, 1953; Historical Tradition in the Fourth Gospel, 1963) difende il valore storico delle tradizioni giovannee indipendenti dai sinottici.

(5) Raymond E. Brown (The Gospel According to John, Anchor Bible, 1966-1970; The Community of the Beloved Disciple, 1979) offre la sintesi cattolica maggiore, articolando tradizione apostolica, storia letteraria in cinque tappe e teologia. (6) J. Louis Martyn (History and Theology in the Fourth Gospel, 1968) mostra la bistratificazione del testo (tempo di Gesù e tempo della comunità). (7) Martin Hengel (The Johannine Question, 1989) difende una redazione da parte di Giovanni il Presbitero a Efeso. (8) John Ashton (Understanding the Fourth Gospel, 1991) propone una lettura apocalittica. (9) Richard Bauckham (Jesus and the Eyewitnesses, 2006) difende l’origine da un testimone oculare identificato col discepolo amato.

L’esegesi contemporanea combina approcci narrativi (Alan Culpepper, Anatomy of the Fourth Gospel, 1983), storico-sociali, femministi (Sandra Schneiders) e teologici (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, 2007-2012). In italiano restano di riferimento i commentari di Rudolf Schnackenburg (Paideia) e di Xavier Léon-Dufour (Queriniana). Il quarto vangelo resta oggetto di una produzione esegetica abbondante e diversificata.

Approfondimenti esegetici

Dossier tematici sui punti in cui l’esegesi contemporanea dibatte ancora: testi chiave, filologia, storia della ricezione.

Il quarto vangelo occupa un posto a sé nel canone: teologicamente il più elevato, storicamente il più contestato, letterariamente il più lavorato. Clemente Alessandrino lo chiamava già «il vangelo spirituale», per contrasto con i tre «vangeli corporei». Questa differenza radicale rispetto ai sinottici è il primo problema che ogni lettore di Giovanni deve affrontare.

Un vangelo radicalmente diverso

TrattoSinotticiGiovanni
Forma dell’insegnamentoParabole brevi, aforismiLunghi discorsi di rivelazione, dialoghi teologici
Durata del ministeroUna sola salita a Gerusalemme suggerita, ministero apparentemente condensato in un annoTre Pasque menzionate (2,13; 6,4; 11,55), che suggeriscono un ministero di due o tre anni
Istituzione della CenaRacconto dettagliato (Mc 14,22-25 e paralleli)Assente; sostituito dalla lavanda dei piedi (13,1-20)
EsorcismiNumerosi, strutturano il ministero galilaicoNessuno
Vocabolario cristologicoRegno di Dio dominanteVita eterna, luce, verità; sette dichiarazioni «io sono»

Queste divergenze hanno a lungo alimentato un’ipotesi di dipendenza diretta e critica rispetto ai sinottici; la ricerca contemporanea, senza escludere una conoscenza generale di tradizioni sinottiche, propende piuttosto per una tradizione largamente indipendente, sviluppata separatamente in un ambiente giovanneo distinto per diversi decenni.

La comunità giovannea: l’ipotesi di Martyn

Un racconto a due livelli

J. Louis Martyn ha proposto, nel 1968, di leggere il quarto vangelo come un testo che funziona simultaneamente su due livelli temporali: il livello del racconto, situato al tempo di Gesù, e il livello della comunità che lo scrive, situato diversi decenni più tardi. L’argomento decisivo riguarda il termine ἀποσυνάγωγος, «escluso dalla sinagoga» (9,22; 12,42; 16,2), anacronismo manifesto al tempo di Gesù che riflette una rottura consumata tra la comunità giovannea e la sinagoga alla fine del I secolo.

Il capitolo 9, con il cieco nato interrogato, espulso e poi confessante pienamente la sua fede, diventa in questa lettura la messa in racconto dell’esperienza stessa della comunità che ha prodotto il testo: ogni tappa dell’interrogatorio riproduce una tappa della dolorosa rottura tra discepoli di Gesù e istituzione sinagogale. La tesi è stata sfumata da allora — l’ancoraggio preciso alla birkat ha-minim, la benedizione contro gli eretici, non può più servire da datazione ferma —, ma il suo principio ermeneutico generale resta largamente operante nella ricerca giovannea.

Struttura: il Libro dei segni e il Libro della gloria

SezioneCapitoliContenuto
Prologo1,1-18Inno al Logos, probabilmente di origine liturgica preesistente e rielaborato dall’evangelista
Libro dei segni1,19–12,50Sette segni accompagnati da discorsi di rivelazione; il ministero pubblico si chiude con una constatazione di incredulità generale (12,37-43)
Libro della gloria13,1–20,31Lavanda dei piedi, lunghi discorsi di addio (13-17), passione, risurrezione; prima conclusione in 20,30-31
Epilogo21Apparizione in riva al lago, riabilitazione di Pietro; seconda conclusione, unanimemente ritenuta un’aggiunta posteriore

Il prologo giovanneo (1,1-18) costituisce il vertice cristologico del Nuovo Testamento. In diciotto versetti afferma la preesistenza, la divinità e l’incarnazione del Logos con una densità concettuale che ha nutrito diciannove secoli di riflessione trinitaria e cristologica.

Il Logos preesistente (1,1-3)

«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.»
Giovanni 1,1-3

L’assenza di articolo davanti a θεός

Il greco del versetto 1c porta καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος, letteralmente «e Dio era il Verbo», senza articolo determinativo davanti a θεός — a differenza del ὁ θεός con articolo impiegato poco prima per designare il Padre. Questa assenza di articolo ha dato luogo a una controversia filologica e teologica maggiore. La regola di Colwell (1933) stabilisce che un predicato nominale collocato prima del verbo «essere», come qui avviene, tende statisticamente a perdere l’articolo anche quando è determinato, il che esclude la traduzione «un dio» proposta da alcuni movimenti non trinitari e conferma la lettura qualitativa tradizionale: il Logos condivide pienamente la natura divina senza essere puramente e semplicemente identico alla persona del Padre — πρὸς τὸν θεόν, «rivolto verso Dio» (1,1b), mantenendo la distinzione delle persone e affermando al tempo stesso l’unità di natura.

Lo sfondo del Logos: Sapienza e Torah

Il termine λόγος convoca simultaneamente due tradizioni distinte. La tradizione sapienziale giudaica, in cui la Sapienza personificata preesiste alla creazione e vi assiste Dio come «artefice» (Pr 8,22-31; Sir 24; Sap 7), fornisce lo schema narrativo più prossimo: preesistenza, partecipazione alla creazione, invio nel mondo, rifiuto da parte dei suoi. La filosofia ellenistica, in cui il λόγος stoico designa il principio razionale che ordina il cosmo e in cui Filone di Alessandria sviluppa una dottrina mediana del Logos come intermediario tra il Dio trascendente e il mondo creato, fornisce un vocabolario immediatamente intelligibile a un pubblico ellenizzato. Giovanni non sceglie tra questi due sfondi ma li fa convergere, prima di operare uno spostamento che nessuna delle due tradizioni di partenza anticipa: «e il Verbo si fece carne» (1,14), incarnazione reale e non metaforica del principio divino.

I sette segni e i sette «Io sono»

Giovanni struttura il Libro dei segni attorno a sette miracoli che chiama sistematicamente σημεῖα, «segni», mai δυνάμεις, «atti di potenza», come i sinottici: il termine stesso indica che l’interesse dell’evangelista verte meno sull’evento prodigioso che su ciò che esso significa e rivela. Sette dichiarazioni «io sono» accompagnano o prolungano questi segni — il pane della vita (6,35), la luce del mondo (8,12), la porta (10,7), il buon pastore (10,11), la risurrezione e la vita (11,25), la via la verità e la vita (14,6), la vera vite (15,1) — ciascuna attingendo a un motivo veterotestamentario preciso: la manna del deserto, la colonna di fuoco, il pastore di Ezechiele 34, la vigna di Isaia 5.

L’ἐγώ εἰμι assoluto

Distinto dalle sette formule con predicato, l’ἐγώ εἰμι impiegato senza complemento (8,58; 13,19; 18,5-6) costituisce la rivendicazione cristologica più forte del testo. In 8,58 — «prima che Abramo fosse, io sono» — la formula riprende l’אֲנִי הוּא con cui YHWH afferma la propria unicità contro gli idoli nel Deutero-Isaia (Is 41,4; 43,10; 46,4), che i Settanta rendono precisamente con ἐγώ εἰμι. È questo sfondo, più della sola referenza a Es 3,14, a spiegare la reazione immediata dell’uditorio: «raccolsero pietre per gettarle contro di lui» (8,59), gesto riservato alla bestemmia.

I discorsi di addio (13-17), senza equivalente nei sinottici per ampiezza e profondità teologica, sviluppano la dottrina giovannea dello Spirito sotto la figura singolare del Paraclito. La finale del libro pone, da parte sua, una questione di critica letteraria antica quanto la sua trasmissione: il capitolo 21 fu aggiunto in un secondo tempo?

Il Paraclito (14-16)

PassoFunzione del Paraclito
14,16-17«Un altro Consolatore», inviato dal Padre su richiesta di Gesù, per rimanere «in eterno» con i discepoli
14,26Insegnare ogni cosa e ricordare tutto ciò che Gesù ha detto
15,26-27Rendere testimonianza a Gesù, in unione con la testimonianza dei discepoli stessi
16,7-11Convincere il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio
16,13-15Guidare alla verità tutta intera, senza parlare da sé, glorificando il Figlio

Il termine greco παράκλητος, derivato dal vocabolario giuridico — «colui che si chiama accanto a sé», avvocato della difesa —, non trova alcun equivalente soddisfacente in italiano; le traduzioni oscillano tra Consolatore, Difensore e traslitterazione diretta. La sua funzione giovannea supera largamente il solo senso giuridico: il Paraclito è presentato come la presenza continuata di Gesù stesso dopo la sua partenza — «non vi lascerò orfani, verrò da voi» (14,18) —, il che ha nutrito una considerevole riflessione trinitaria successiva sul rapporto tra l’invio del Figlio e quello dello Spirito.

La preghiera sacerdotale (17)

Il capitolo 17, unico per la sua forma di preghiera ininterrotta rivolta al Padre in presenza dei discepoli, sviluppa una teologia dell’unità la cui portata eccede il quadro strettamente cristologico: «che tutti siano uno, come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi» (17,21). Questo versetto è stato abbondantemente mobilitato nel movimento ecumenico moderno come fondamento scritturale della ricerca dell’unità visibile dei cristiani, benché il suo senso primo — l’unità come partecipazione alla comunione trinitaria più che come sola struttura istituzionale — sia oggetto di letture divergenti secondo le tradizioni.

Il capitolo 21: epilogo o aggiunta?

Una doppia conclusione

Gv 20,30-31 forma una conclusione perfettamente autonoma e retoricamente compiuta: «Gesù fece ancora, in presenza dei suoi discepoli, molti altri segni... ma questi sono stati scritti perché crediate.» Il capitolo 21 che segue, con il racconto della pesca miracolosa, la scena di riabilitazione di Pietro in tre domande che riecheggiano il suo triplice rinnegamento, e la sua seconda conclusione (21,24-25), presenta uno stile leggermente diverso dal resto del vangelo — rilevato in particolare nell’uso del vocabolario e in alcune particolarità sintattiche.

La quasi unanimità della ricerca moderna ritiene questo capitolo un’aggiunta, operata dall’evangelista stesso in una tappa ulteriore di redazione, oppure da un discepolo della sua scuola poco dopo la sua morte — l’ipotesi più discussa essendo che risponda a una crisi suscitata dalla morte del discepolo amato, della quale la comunità aveva mal interpretato una parola di Gesù come promessa di immortalità terrena (21,20-23).

Bibliografia selettiva

Riferimenti selezionati secondo le convenzioni del SBL Handbook of Style (2ª ed., 2014).

  • Ashton, John. Understanding the Fourth Gospel. 2nd ed. Oxford : Oxford University Press, 2007.
  • Bauckham, Richard. Jesus and the Eyewitnesses : The Gospels as Eyewitness Testimony. 2nd ed. Grand Rapids : Eerdmans, 2017.
  • Barrett, C. K. The Gospel According to St. John : An Introduction with Commentary and Notes on the Greek Text. 2nd ed. Philadelphia : Westminster, 1978.
  • Bovon, François, et al. Les Actes apocryphes des apôtres : christianisme et monde païen. Publications de la Faculté de théologie de l'Université de Genève 4. Genève : Labor et Fides, 1981.
  • Brown, Raymond E. The Gospel According to John. 2 vols. AB 29-29A. New York : Doubleday, 1966-1970.
  • Brown, Raymond E. The Community of the Beloved Disciple : The Life, Loves, and Hates of an Individual Church in New Testament Times. New York : Paulist, 1979.
  • Bultmann, Rudolf. The Gospel of John : A Commentary. Tradotto da G. R. Beasley-Murray. Philadelphia : Westminster, 1971.
  • Culpepper, R. Alan. Anatomy of the Fourth Gospel : A Study in Literary Design. Philadelphia : Fortress, 1983.
  • Dettwiler, Andreas, et Jean Zumstein, ed. Kreuzestheologie im Neuen Testament. WUNT 151. Tübingen : Mohr Siebeck, 2002.
  • Dodd, C. H. The Interpretation of the Fourth Gospel. Cambridge : Cambridge University Press, 1953.
  • Dodd, C. H. Historical Tradition in the Fourth Gospel. Cambridge : Cambridge University Press, 1963.
  • Hengel, Martin. The Johannine Question. Tradotto da John Bowden. London : SCM Press, 1989.
  • Junod, Éric, et Jean-Daniel Kaestli. Acta Iohannis. 2 voll. Corpus Christianorum Series Apocryphorum 1-2. Turnhout : Brepols, 1983.
  • Keener, Craig S. The Gospel of John : A Commentary. 2 vols. Peabody : Hendrickson, 2003.
  • Köstenberger, Andreas J. John. BECNT. Grand Rapids : Baker Academic, 2004.
  • Lincoln, Andrew T. The Gospel According to Saint John. BNTC. London : Continuum, 2005.
  • Martyn, J. Louis. History and Theology in the Fourth Gospel. 3rd ed. Louisville : Westminster John Knox, 2003.
  • Moloney, Francis J. The Gospel of John. Sacra Pagina 4. Collegeville : Liturgical Press, 1998.
  • Ratzinger, Joseph (Benoît XVI). Jésus de Nazareth. 3 vols. Paris : Flammarion, 2007-2012.
  • Schnackenburg, Rudolf. The Gospel According to St. John. 3 vols. Tradotto da K. Smyth. New York : Crossroad, 1968-1982.
  • Schneiders, Sandra M. Written that You May Believe : Encountering Jesus in the Fourth Gospel. Rev. ed. New York : Crossroad, 2003.
  • Thompson, Marianne Meye. John : A Commentary. NTL. Louisville : Westminster John Knox, 2015.
  • Westcott, B. F. The Gospel According to St. John. London : Murray, 1880.
  • Zumstein, Jean. L'Évangile selon saint Jean (1–12). Commentaire du Nouveau Testament IVa. Genève : Labor et Fides, 2014.
  • Zumstein, Jean. L'Évangile selon saint Jean (13–21). Commentaire du Nouveau Testament IVb. Genève : Labor et Fides, 2007.
  • Brown, Raymond E. Giovanni. Commento al Vangelo spirituale. Assisi: Cittadella, 1979.
  • Dodd, C. H. L’interpretazione del Quarto Vangelo. Brescia: Paideia, 1974.
  • Schnackenburg, Rudolf. Il Vangelo di Giovanni. 4 voll. Brescia: Paideia, 1973-1987.
  • Léon-Dufour, Xavier. Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni. 4 voll. Cinisello Balsamo: San Paolo, 1990-1998.

Complementi

  • Zumstein, Jean. L’Évangile selon saint Jean. CNT IVa-IVb. 2 voll. Genève : Labor et Fides, 2007-2014.
  • Zumstein, Jean. Le processus de relecture dans la littérature johannique. Genève : Labor et Fides, 2004.
  • Brown, Raymond E. The Gospel According to John. AB 29-29A. 2 voll. New York : Doubleday, 1966-1970.
  • Bauckham, Richard. The Testimony of the Beloved Disciple. Grand Rapids : Baker Academic, 2007.
  • Zumstein, Jean. L’Évangile selon saint Jean. CNT IVa-IVb. Genève : Labor et Fides, 2007-2014.
  • Colwell, E. C. «A Definite Rule for the Use of the Article in the Greek New Testament». Journal of Biblical Literature 52 (1933).
  • Harner, Philip B. «Qualitative Anarthrous Predicate Nouns: Mark 15:34 and John 1:1». Journal of Biblical Literature 92 (1973).
  • Barrett, C. K. The Gospel According to St John. 2e ed. Philadelphie : Westminster, 1978.
  • Ball, David Mark. ‘I Am’ in John’s Gospel. Sheffield : Sheffield Academic Press, 1996.
  • Brown, Raymond E. The Gospel According to John. AB 29A. New York : Doubleday, 1970.
  • Burge, Gary M. The Anointed Community: The Holy Spirit in the Johannine Tradition. Grand Rapids : Eerdmans, 1987.
  • Lindars, Barnabas. The Gospel of John. NCB. Londres : Oliphants, 1972.

Vedi anche

Quiz — Il Vangelo secondo Giovanni

Su che cosa si fonda l’ipotesi di J. Louis Martyn di un racconto giovanneo «a due livelli»?

Martyn, History and Theology in the Fourth Gospel (1968, 2003)