Autenticità e critica dell’attribuzione
L’autenticità paolina di Filemone è una delle più solidamente stabilite del corpus paolino. Nessun esegeta serio contemporaneo la contesta. La lettera appartiene al nucleo delle sette lettere incontestate (Rm, 1-2 Cor, Gal, Fil, 1 Ts, Fm), con le quali ogni ipotesi di deuteropaolinità deve misurarsi.
Argomenti convergenti:
(1) Stile e vocabolario tipicamente paolini: saluto e benedizione finale standard, vocabolario dell’amore, della comunione, dell’utilità.
(2) Situazione concreta troppo specifica per essere inventata: nomi (Filemone, Appia, Archippo, Onesimo, Epafra, Marco, Aristarco, Dema, Luca), legami geografici (Colosse), richiesta di alloggio (Fm 22: «preparami un alloggio»).
(3) Legami con Colossesi (Col 4,9 menziona Onesimo; Col 4,10-14 menziona gli stessi collaboratori: Aristarco, Marco, Epafra, Dema, Luca) — se Colossesi è autentica, Filemone lo è a maggior ragione; se Colossesi è deuteropaolina, il suo autore si è appoggiato sui nomi di Filemone, il che suppone Filemone anteriore e riconosciuta.
(4) Nessun motivo teologico per una pseudepigrafia: nessuna dottrina maggiore vi è difesa per autorità apostolica, a differenza delle pastorali o di Efesini.
Il silenzio antico sulla lettera (rara prima di Origene, poco citata dai Padri greci) si spiega non con un dubbio di autenticità ma con il suo carattere occasionale e personale. Tertulliano, Origene, Girolamo, Giovanni Crisostomo (che le dedica tre omelie) la commentano senza difficoltà.
Teologia principale
Retorica della persuasione e autorità apostolica
Filemone è un caso esemplare di retorica cristiana della persuasione. Paolo avrebbe potuto comandare: se ne astiene volontariamente. Questa scelta non è neutra — manifesta una teologia dell’autorità articolata per contrasto con i modelli antichi.
L’analisi retorica classica. F. F. Church («Rhetorical Structure and Design in Paul’s Letter to Philemon», HTR 71, 1978) ha dimostrato che la lettera segue lo schema della rhetorica deliberativa greco-romana: exordium (1-3), captatio benevolentiae (4-7), propositio (8-9), narratio-probatio (10-16), peroratio (17-22). La padronanza stilistica è estrema: paronomasia, inclusione, asindeto, preterizione, doppi sensi.
L’argomento cumulativo. Ogni versetto aggiunge una ragione per cedere: la fede nota di Filemone (5), l’amore che conforta i santi (7), la libertà apostolica non esercitata (8), la vecchiaia e la prigionia di Paolo (9), la paternità spirituale di Onesimo (10), l’utilità attuale (11), l’amore di Paolo per Onesimo (12), il bisogno di Paolo (13), il rispetto del consenso (14), la provvidenza (15), la fraternità (16), l’identificazione (17), l’impegno (18-19), l’attaccamento (20), la fiducia (21), la visita annunciata (22). Nessun versetto è ridondante.
L’autorità per rinuncia. La teologia sottostante è paolina nel senso più puro: «pur avendo in Cristo piena libertà» (parrēsian) — la parrhēsia apostolica è reale (cfr. 2 Cor 7,4), ma si sospende per amore. È il corrispettivo pratico della kenosi cristologica (Fil 2,5-11): l’autorità vera non è quella che si fa valere, ma quella che si svuota del proprio privilegio per sollecitare la libera adesione. Karl Barth (Dogmatica IV/3) vede in questo versetto un’illustrazione paolina del regno di Cristo che non costringe ma persuade.
Ricezioni confessionali.
Cattolicesimo: il versetto 14 («perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario») è uno dei fondamenti biblici della dottrina cattolica del libero consenso negli atti morali (Catechismo §§ 1730-1742, sulla libertà umana). Tommaso (Summa I-II, q. 6) vi vede la conferma che la voluntas è costitutiva della moralità dell’atto.
Ortodossia: Giovanni Crisostomo (Omelie su Filemone I-III, verso il 393-397 ad Antiochia) commenta a lungo il contrasto tra comando e persuasione: «Paolo non comanda, prega; non costringe, sollecita. È il modo proprio del Cristo verso i liberi». Lettura ripresa nella liturgia ortodossa alla quarta domenica dopo l’Esaltazione della Croce.
Protestantesimo: Calvino (Commento a Filemone, 1548) insiste sull’umiltà apostolica: «Paolo si umilia volontariamente, mentre potrebbe usare della sua autorità, per mostrare che il Vangelo non si riceve mai per costrizione». Lutero ne fa il modello della libertà del cristiano (Von der Freyheyt eyniß Christen Menschen, 1520): il cristiano è signore libero di tutti e servo di tutti. Dietrich Bonhoeffer (Sequela, 1937) vi vede l’archetipo dell’autorità cristiana «dal basso».
Anglicanesimo: Richard Hooker (Laws of Ecclesiastical Polity, 1594-1597) prende Fm 8-9 come illustrazione della regola di moderazione episcopale: il vescovo dispone dell’autorità, ma la esercita per persuasione salvo necessità assoluta.
Schiavitù cristiana: Fm 16 e l’aporia paolina
Il versetto 16 («non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo») è stato il versetto più disputato della lettera. Paolo riconosce la schiavitù come istituzione legittima? La sovverte? La abolisce in linea di principio? Nessuna lettura esaurisce i versetti.
Il contesto greco-romano. L’Imperium romanum del I secolo conta circa il 30% di schiavi nella popolazione (stime basse); fino al 40% nell’Italia peninsulare. La schiavitù è un’istituzione strutturale dell’economia e del diritto (servus = cosa, res, nel diritto classico). Lo schiavo fuggitivo (fugitivus) incorreva nella massima severità: marchiatura a fuoco (stigma), ritorno forzato al padrone, possibile pena capitale. Il senatus consultum Silanianum (10 d.C.) prescriveva l’esecuzione di tutti gli schiavi di un padrone assassinato. È a questo contesto che Paolo scrive.
Ciò che Paolo non fa.
Non chiede esplicitamente la manomissione giuridica di Onesimo (liberazione mediante l’atto ufficiale manumissio vindicta, censu o testamento).
Non denuncia la schiavitù come istituzione.
Non ricusa il diritto di proprietà di Filemone su Onesimo.
Rimanda lo schiavo al suo padrone.
Ciò che Paolo fa.
Riconfigura ontologicamente la relazione: Onesimo è ormai «fratello carissimo», e questa fraternità è «nella carne e nel Signore» (v. 16) — cioè reale, non soltanto spirituale.
Si identifica personalmente con Onesimo («accoglilo come me stesso», v. 17) — gesto che annulla simbolicamente la gerarchia sociale.
Si impegna giuridicamente sul debito di Onesimo (vv. 18-19) — Paolo diventa garante, il che suppone l’uguaglianza contrattuale tra padrone e schiavo (impossibile nel diritto romano stretto).
Evoca a mezze parole il «di più» (v. 21) che Filemone farà, lettura tradizionalmente intesa come la manomissione sperata.
L’aporia storica. Perché Paolo non abolisce esplicitamente la schiavitù? Ipotesi:
(a) Limite escatologico: Paolo attende la parusia imminente (cfr. 1 Cor 7,29-31), il che relativizza le strutture sociali senza abolirle («ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato», 1 Cor 7,20). La schiavitù è destinata a scomparire con il mondo presente.
(b) Strategia missionaria: una denuncia frontale della schiavitù avrebbe provocato la criminalizzazione immediata del cristianesimo da parte dello Stato romano (cfr. le rivolte servili, ancora presenti nell’immaginario, da Sparta a Capua con Spartaco).
(c) Sovversione graduale: Paolo pianta il «verme nel frutto» (G. Theissen) — la fraternità battesimale rende a termine insostenibile la schiavitù cristiana, senza decretarla inoperante.
(d) Limite culturale: Paolo resta tributario del suo mondo e non prevede una critica sistemica. Questa lettura, radicalmente «storicista», è difesa da alcuni esegeti contemporanei (J. A. Glancy).
L’uso abolizionista (XVIII-XIX sec.). Gli abolizionisti cristiani — quaccheri del Nordamerica (Anthony Benezet, John Woolman), Wesley in Thoughts upon Slavery (1774), Wilberforce e la Clapham Sect, movimenti presbiteriani e battisti nordisti — citano costantemente Fm 16 come principio di incompatibilità tra fraternità cristiana e schiavitù. Il pastore riformato scozzese James Ramsay (An Essay on the Treatment and Conversion of African Slaves, 1784), vicino a Wilberforce, ne fa un locus classicus. Al contrario, i difensori della schiavitù (Thornton Stringfellow, James Henley Thornwell, presbiteriani del Sud confederato) invocano il silenzio di Paolo sull’abolizione giuridica e il rinvio di Onesimo come prova scritturale della legittimità dell’istituzione. Questo scisma ermeneutico sarà una delle fratture del protestantesimo americano al momento della guerra di secessione (separazione dei battisti nel 1845, dei metodisti nel 1844, dei presbiteriani nel 1857-1861).
Dignità battesimale e fraternità nella carne
L’espressione «nella carne e nel Signore» (kai en sarki kai en kyriō, Fm 16) è una formula teologica singolare nel corpus paolino. Articola la dimensione spirituale e carnale della fraternità cristiana, rifiutando ogni dualismo.
Tre dimensioni della fraternità battesimale.
Uguaglianza ontologica in Cristo. Il versetto raggiunge Gal 3,28: «non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». La schiavitù, come distinzione etnica o sessuale, è relativizzata dall’incorporazione battesimale a Cristo.
Realtà sociale presente. L’aggiunta «nella carne» (en sarki) vieta di ridurre la fraternità a una realtà puramente interiore o escatologica. La fraternità deve incidere sulla condizione concreta di Filemone e di Onesimo, sulle loro interazioni quotidiane, sulla condivisione dei beni, sulla dignità reciproca.
Comunione ecclesiale. «Nel Signore» (en kyriō) colloca la fraternità sotto il regime della Chiesa — cioè la rende pubblica, verificabile dalla comunità che si riunisce presso Filemone (v. 2). Poiché la lettera è letta davanti all’assemblea, Filemone è ecclesialmente responsabile del modo in cui accoglierà Onesimo.
La dignità battesimale. La teologia paolina del battesimo (Rm 6,3-11; Gal 3,26-29; Col 3,9-11) fa del battezzato un membro del «corpo di Cristo» (1 Cor 12). Onesimo battezzato non è più soltanto uno schiavo di Filemone: è coerede del Regno (Rm 8,17), figlio adottivo di Dio (Rm 8,15; Gal 4,5-7), concittadino dei santi (Ef 2,19). Questa elevazione ontologica è a termine incompatibile con la condizione giuridica servile, anche se Paolo non ne trae immediatamente la conclusione abolizionista.
Ricezioni confessionali.
Cattolicesimo: il concetto di dignità umana (dignitas humana) trova in Fm 16 e Gal 3,28 le sue fonti scritturali maggiori. Dignitatis humanae (Vaticano II, 1965) sulla libertà religiosa, Gaudium et spes § 29 («ogni forma di discriminazione […] deve essere superata ed eliminata come contraria al disegno di Dio»), il Compendio della dottrina sociale della Chiesa (2004) § 144, e più recentemente Dignitas infinita (DDF, aprile 2024) prolungano questa linea.
Ortodossia: Giovanni Crisostomo (Omelie su Filemone 2-3) commenta: «Se Onesimo è divenuto fratello, come puoi ancora chiamarlo schiavo? La grazia ha abolito la distinzione là dove il diritto la mantiene». La teologia ortodossa della theōsis (deificazione) accentua questa dignità: ogni battezzato porta l’icona di Cristo, il che rende impensabile il suo trattamento come bene mobile.
Protestantesimo: Lutero (Prefazione alla lettera a Filemone, 1546) legge il versetto come parabola dell’intercessione di Cristo: come Paolo intercede per Onesimo presso Filemone, così Cristo intercede per il peccatore presso il Padre. Questa lettura cristologico-tipologica sarà ripresa da tutta la tradizione riformata (Calvino, Commento a Filemone) e dal pietismo tedesco (Spener, Francke). Karl Barth (Dogmatica IV/2 § 65) vi vede l’archetipo della riconciliazione orizzontale conseguente alla riconciliazione verticale in Cristo.
Anglicanesimo: la Conferenza di Lambeth del 1888 cita Fm 16 nel quadro della missione antischiavista della Chiesa d’Inghilterra (molto attiva dopo lo Slavery Abolition Act del 1833). Il rapporto di Lambeth 1998, § III.5, cita ancora il versetto nel contesto delle relazioni interrazziali.
Anabattismo: la tradizione anabattista (mennoniti, hutteriti, fratelli moravi) prende molto presto sul serio Fm 16: rifiuto della schiavitù nelle colonie morave della Georgia (1735) — ben prima della coscienza abolizionista maggioritaria — e testimonianza pubblica contro la tratta fin dalla Germantown Protest (1688, firmata da quaccheri e mennoniti di Pennsylvania).
Ricezione storica
Ricezione patristica (II-V sec.)
La lettera a Filemone è stata poco commentata dai Padri greci e latini antichi — non per dubbio sulla sua autenticità ma a causa della brevità e del carattere apparentemente occasionale. Origene è probabilmente il primo a dedicarle un commento continuo (perduto, ma frammenti sono conservati nella catena). Giovanni Crisostomo vi dedica tre omelie (verso il 393-397 ad Antiochia, o più probabilmente a Costantinopoli dopo il 398), che restano il commento patristico più influente: vi sviluppa la lettura tipologica (Paolo intercessore figura di Cristo), l’etica della persuasione e la trasformazione delle relazioni sociali mediante la philanthrōpia. Girolamo (verso il 386) commenta la lettera nel suo Commentariorum in Epistolam ad Philemonem liber: vi difende esplicitamente l’utilità dottrinale della lettera contro coloro che la giudicano troppo poco teologica per meritare la canonizzazione. Teodoro di Mopsuestia (Commentarius in epistolas Pauli minores, inizio V secolo) e Teodoreto di Cirro (Interpretatio, verso il 440) riprendono l’esegesi antiochena seguendo Crisostomo. Agostino menziona Filemone in più sermoni e lettere (in particolare Ep. 167 a Girolamo) ma senza commento sistematico.
Ricezione medievale
Nel Medioevo la lettera a Filemone fa parte delle Epistolae Pauli commentate in tutte le grandi catene esegetiche. La Glossa ordinaria compilata alla scuola di Laon nel XII secolo riprende Girolamo e Crisostomo. Pietro Lombardo (Collectanea in Epistolas Pauli, verso il 1140) commenta la lettera brevemente ma con attenzione alle distinzioni giuridiche (schiavitù iure gentium). Tommaso d’Aquino vi dedica un’Expositio (verso il 1265-1273) che sviluppa la teologia della caritas paolina e la distinzione tra la schiavitù come stato di fatto tollerato e la dignità umana inviolabile. Ugo di Saint-Cher (Postilla, verso il 1240), Niccolò di Lira (Postilla litteralis, verso il 1322-1331) e tutta la tradizione scolastica proseguono questo lavoro. La lettera è raramente oggetto di quaestiones disputatae specifiche, ma è usata come argomento scritturale nei dibattiti sulla natura della schiavitù (Summa II-II, q. 57, q. 104) e sull’autorità ecclesiale (qq. 184-189). Nei secoli XIV-XV la devotio moderna (Tommaso da Kempis) prende Onesimo come figura della conversione interiore.
Ricezione bizantina
Nell’Oriente bizantino la lettera a Filemone è commentata da Teofilatto di Ocrida (Expositio, verso il 1078, arcivescovo di Bulgaria) che segue Crisostomo da vicino. Eutimio Zigabeno (Commentarius, inizio XII secolo) la riprende nel suo commento alle lettere paoline. La tradizione liturgica bizantina è tuttavia il canale principale di ricezione: sant’Onesimo è commemorato il 15 febbraio come apostolo, vescovo di Efeso e martire (tradizione riportata dai menologi, in particolare quello di Basilio II, verso il 985). L’innografia composta per questa festa sviluppa la tipologia Onesimo-conversione, schiavo-santo, fuggitivo-apostolo. Gli sticheri e il canone del mattutino (composti probabilmente da Giuseppe l’Innografo nel IX secolo) cantano: «Fosti inutile a Filemone, ma utile a Cristo; e di questa utilità la Chiesa fa il suo tesoro». La teologia monastica orientale (Macario il Grande, Simeone il Nuovo Teologo) riprende volentieri la lettera per illustrare la conversione interiore, lo schiavo fuggitivo divenendo figura del peccatore ricondotto al Padre.
Ricezione della Riforma
Martin Lutero pubblica una breve prefazione a Filemone nel suo Septembertestament (1522) e nella revisione del 1546 (WA DB 7, 292): presenta la lettera come «ein meisterlich lieblich Exempel christlicher Liebe» (un magistrale e dolce esempio di amore cristiano) e sviluppa la tipologia cristologica (Paolo-Cristo, Onesimo-peccatore, Filemone-Padre). Giovanni Calvino pubblica il suo Commentarius in Epistolam ad Philemonem nel 1548 (insieme alle pastorali e alle cattoliche): commento denso che sviluppa la retorica paolina, la dignità cristiana e la fraternità battesimale. Per Calvino la lettera dimostra che «la grazia di Cristo penetra tutte le condizioni sociali, senza sopprimerle formalmente, ma trasformandole ontologicamente». Teodoro di Beza pubblica la sua traduzione e le sue note (Iesu Christi Domini nostri Novum Testamentum, più edizioni dal 1556). I padri anglicani (Cranmer, Ridley, Jewel) integrano Filemone nel lezionario del Book of Common Prayer (1549, 1552, 1662). Sul versante anabattista la lettera nutre la Confessione di Schleitheim (1527) e il pensiero dei fratelli svizzeri sulla separazione Chiesa-mondo. I cattolici della Controriforma (Cornelius a Lapide, Commentaria, 1614-1645) commentano abbondantemente la lettera nello spirito tridentino.
Ricezione moderna (XIX-XXI sec.)
L’epoca moderna (XVIII-XIX secolo) vede Filemone divenire un testo chiave del dibattito sulla schiavitù. Gli abolizionisti: John Wesley (Thoughts upon Slavery, 1774), James Ramsay (Essay, 1784), Wilberforce e la Clapham Sect, i quaccheri americani (Anthony Benezet, John Woolman, Some Considerations on the Keeping of Negroes, 1754), i metodisti nordisti e i battisti free-will. I difensori della schiavitù: Thornton Stringfellow (Scriptural and Statistical Views in Favor of Slavery, 1856), James Henley Thornwell (The Rights and the Duties of Masters, 1850) e i teologi del Sud confederato citano il silenzio paolino come garanzia. Nel XX secolo la lettera nutre la teologia della liberazione (Gustavo Gutiérrez; Leonardo Boff cita Fm 16 in Chiesa: carisma e potere, 1981) e la teologia nera americana (James Cone, A Black Theology of Liberation, 1970) che ne fanno il contromodello delle letture proschiaviste. Sul piano esegetico i lavori di F. F. Bruce (The Epistles to the Colossians, to Philemon, and to the Ephesians, NICNT, 1984), Peter T. O’Brien (Colossians, Philemon, WBC 44, 1982), Joseph A. Fitzmyer (The Letter to Philemon, AYB 34C, 2000) e Scot McKnight (The Letter to Philemon, NICNT, 2017) rinnovano la lettura retorica e sociale. Il movimento postcoloniale (Vincent L. Wimbush, Allen Dwight Callahan, Embassy of Onesimus, 1997) propone riletture alternative — in particolare l’ipotesi che Onesimo non fosse uno schiavo fuggitivo ma un inviato ufficiale di Filemone (lettura minoritaria ma dibattuta). La Pontificia Commissione Biblica ha incluso Filemone nel suo documento Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana (2001) come testo esemplare della trasformazione paolina delle relazioni sociali.